Una performance magnetica che trasforma il monologo in un vortice di identità, humour nero e struggente umanità
È bastato varcare la soglia dell’Off/Off Theatre di Roma per rendersi conto che Il frigo, nella regia di Andrea Adriatico, non è uno spettacolo qualsiasi: è un piccolo esperimento di alchimia teatrale, capace di fondere l’assurdo di Copi con la presenza scenica incendiaria di Eva Robin’s. Il monologo, presentato ieri sera in una sala gremita, ha confermato la sua natura di oggetto scenico scintillante e imprevedibile, un gioco di specchi dove identità, desideri e nevrosi si moltiplicano senza tregua.
Eva Robin’s affronta la partitura di Copi con una libertà sorprendente, oscillando tra comicità tagliente e un sottotesto emotivo di rara finezza. L’attrice attraversa una galleria di personaggi grotteschi e tenerissimi – dalla psicanalista fuori di senno alla madre invadente, dalla cameriera dispettosa all’editore narcisista – con un trasformismo che non è semplice virtuosismo, ma un continuo scivolare tra maschere che rivelano, invece di nascondere. Ogni figura è un frammento di un’unica, frantumata identità: quella della protagonista, ex modella cinquantenne che si ritrova sola, assediata da un frigorifero che sembra contenere tutti i suoi segreti.
Adriatico costruisce attorno a lei un dispositivo scenico essenziale, quasi geometrico, che mette l’interprete al centro di un teatro di azioni millimetriche. Gli oggetti – la sedia, il telefono, il “totem” del frigo – non sono semplici elementi di arredo, ma partner silenziosi di una danza controllata e ipnotica. La freddezza delle luci e dei volumi contrasta perfettamente con la fisicità calda, imprevedibile e a tratti ferina di Eva, che si prende la scena con un’energia fuori dal comune.
Ciò che colpisce di più è la sua capacità di far convivere, nello stesso respiro, l’ironia più spietata e la fragilità più sincera. Quando diventa un cane che abbaia, una bambola gonfiabile psicanalista o una donna che recita la propria solitudine come fosse una soap opera, lo spettatore percepisce sempre un fondo di verità: la disperata ricerca di attenzione, la paura di svanire, il bisogno di essere vista. È qui che il mondo surreale di Copi trova il suo cuore pulsante, trasformandosi in una riflessione sul fallimento, sulle aspettative tradite, sul desiderio di vivere nonostante tutto.
La comicità non è mai fine a sé stessa: è lo strumento con cui lo spettacolo scava nell’inesauribile confusione dell’animo umano. La sala ride, sì, ma spesso con un retrogusto amaro, quella sensazione che ogni battuta possa diventare, un istante dopo, un grido di aiuto.
Adriatico dirige con una precisione che non rinuncia alla poesia. Il ritmo è calibrato con cura, e le azioni, anche le più minime, esplodono con una forza scenica controllata ma mai rigida. È una regia che conosce bene Copi e ne rispetta la follia, senza scivolare nel kitsch o nell’eccesso gratuito.
Robin’s, dal canto suo, firma una prova che sembra cucita sulla sua storia e sul suo carisma: seducente, sarcastica, vulnerabile, attraversa lo spettacolo come una diva dimenticata che rifiuta di spegnersi. La sua presenza regala al testo una profondità inattesa e un’intensità che conquista subito il pubblico.
Il finale – un equilibrio instabile tra malinconia e disincanto – lascia nello spettatore una vibrazione difficile da dissipare. Il frigo resta lì, impassibile, a custodire enigmi che nessuno scioglierà davvero.
In un panorama teatrale che spesso teme l’eccesso o lo evita, Il frigo osa. E riesce. Ne esce uno spettacolo vivo, provocatorio, divertente e poetico, sorretto da una delle migliori interpretazioni viste in questa stagione romana. Un ritorno in scena che conferma ancora una volta come Eva Robin’s sia un’artista capace di trasformare l’assurdo in verità e il gioco in un gesto profondamente umano.
Alberto Leali