Diretto da Olivier Assayas e in concorso a Venezia 82, arriva al cinema dal 12 febbraio con 01 Distribution
All’inizio degli anni Novanta Mosca è un laboratorio a cielo aperto. Con il collasso dell’Unione Sovietica, la città vive un tempo sospeso in cui tutto sembra improvvisamente possibile: l’arricchimento rapido e spregiudicato convive con slanci idealistici, l’utopia con il cinismo. È in questo contesto febbrile che si muove Vadim Baranov, giovane intellettuale affascinato dal teatro, dal linguaggio e dal potere delle immagini. La sua traiettoria personale cambia direzione con l’incontro – e la successiva separazione – da Ksenia, donna intuitiva e pragmatica, capace di capire prima degli altri dove soffia il vento della Storia. Per Baranov diventa chiaro che non sarà l’arte a plasmare la nuova Russia, ma la politica.
Dopo un’esperienza nel mondo della televisione, Baranov viene coinvolto in un’operazione decisiva: individuare un volto apparentemente malleabile che possa garantire continuità al potere agonizzante di Boris Eltsin. La scelta cade su Vladimir Putin, allora capo dell’FSB, inizialmente esitante ma presto sedotto dalle possibilità offerte dal controllo assoluto. Sarà proprio Baranov a fornirgli l’architettura narrativa e simbolica necessaria, trasformandosi da brillante stratega della comunicazione a eminenza grigia della nuova Russia.
Con Il mago del Cremlino Olivier Assayas torna al cinema politico dopo il ripiegamento intimo di Hors du temps, affrontando uno dei suoi progetti più ambiziosi. Adattando il romanzo di Giuliano da Empoli, il regista costruisce una parabola della Russia contemporanea scegliendo di raccontare Putin attraverso una figura in gran parte fittizia, ma ispirata a Vladislav Surkov: il consigliere visionario, moralmente instabile, che con tono pacato e distacco intellettuale accompagna trent’anni di autoritarismo, dalla fine dell’era Eltsin alla repressione delle proteste ucraine e alla manipolazione digitale dell’opinione pubblica.
La dottrina di Baranov, incarnato da un Paul Dano magnetico e sfuggente, nasce come raffinata ingegneria del consenso, pensata per solleticare pulsioni primarie a fini mediatici e commerciali. Ma col tempo si irrigidisce in una concezione “verticale” del potere, fondata sull’idea di una Russia storicamente destinata a essere governata dalla forza. È qui che entra in scena il Vladimir Putin di Jude Law, vera scommessa vinta del film: l’attore ne restituisce posture, sguardi e cadenze con sorprendente precisione, trasformando il personaggio in un organismo politico capace di emanciparsi dai suoi stessi creatori.
Assayas dirige con sobrietà e controllo, evitando il sensazionalismo e preferendo una messa in scena piana, talvolta quasi ascetica. Il film intrattiene senza mai cedere alla denuncia esplicita nei suoi 150 minuti, offrendo anche spunti di fine scrittura – non ultimo il contributo di Emmanuel Carrère – ma lascia la sensazione di muoversi su un terreno oggi scivoloso. Sia il film sia il romanzo sembrano infatti figli di un mondo precedente all’invasione dell’Ucraina: lo sguardo, marcatamente eurocentrico, tende a rifugiarsi nell’idea di un enigma russo inconoscibile, una teoria del caos che finisce per attenuare la portata delle responsabilità storiche.
La complessità morale di Baranov resta così in parte inespressa. La sua complicità con il male viene letta soprattutto attraverso l’ambizione e l’orgoglio, categorie che non bastano a spiegare un personaggio capace di essere insieme artista e manipolatore, russo e occidentale, lucido e sentimentale. Nemmeno Ksenia, figura enigmatica interpretata da Alicia Vikander, riesce a espandere davvero questo conflitto interiore, mentre il personaggio del giornalista americano (Jeffrey Wright) funziona più come dispositivo espositivo che come reale controcampo critico.
Rimane però una prima parte affascinante, che cattura una Mosca in transizione, attraversata da entusiasmo, paura e vitalità, e l’interesse straniante di assistere a una ricostruzione europea degli eventi chiave dei primi anni Duemila: dagli oligarchi alla Cecenia, fino al disastro del Kursk. Immagini che forse arrivano troppo presto o troppo tardi, ma che potrebbero trovare un nuovo senso quando la Storia avrà preso maggiore distanza. Più che una spiegazione definitiva del potere putiniano, Il mago del Cremlino resta così un film inquieto, che osserva la nascita di un regime e invita a interrogarsi sui meccanismi narrativi che lo rendono possibile.
Federica Rizzo