A Roma un percorso espositivo e un convegno internazionale ripensano l’eredità di Luigi Pigorini e il ruolo dei musei contemporanei
A centocinquant’anni dalla sua fondazione, il Museo delle Civiltà di Roma torna alle proprie origini per interrogarsi sul proprio futuro. Era il 1876 quando l’archeologo Luigi Pigorini inaugurava al Collegio Romano il Museo Preistorico ed Etnografico: oggi quell’esperienza rivive in una nuova riflessione critica che intreccia storia, ricerca e trasformazioni sociali.
Dal 20 marzo al 28 giugno 2026, la mostra “Origine e prospettive”, allestita nel Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari, ricostruisce il percorso dell’istituzione lungo un secolo e mezzo. Non si tratta di una semplice celebrazione, ma di un’indagine sul significato stesso del museo, tra passato e contemporaneità.
Il progetto espositivo segue un doppio binario. Da una parte, riporta alla luce il museo ottocentesco attraverso reperti, documenti e allestimenti originali, offrendo uno sguardo sul metodo e sulla visione di Pigorini. Dall’altra, racconta il museo di oggi, con percorsi dedicati all’archeologia preistorica e all’etnografia, affiancati da installazioni contemporanee che testimoniano nuove pratiche partecipative e una crescente attenzione all’accessibilità.
Al centro della mostra emerge il modello museografico originario, riletto però alla luce delle evoluzioni scientifiche e delle questioni etiche attuali. I materiali esposti – tra fotografie storiche, pubblicazioni e reperti – dialogano con strumenti contemporanei, evidenziando continuità e criticità di un approccio che oggi viene ripensato in chiave interdisciplinare e interculturale.
Accanto alla mostra, dal 19 al 21 marzo, si svolge un convegno internazionale che riunisce studiosi e ricercatori per approfondire la nascita in Italia dell’archeologia preistorica e dell’etnografia, ma anche per discutere le sfide dei musei nel presente, tra digitalizzazione, globalizzazione e nuove sensibilità culturali.
Oggi il Museo delle Civiltà custodisce circa due milioni di reperti e si definisce sempre più come un “museo di musei”: un sistema complesso che non si limita a conservare, ma riflette sui processi che hanno prodotto le collezioni. La scelta del plurale nel nome sottolinea proprio questa apertura al dialogo tra culture e prospettive diverse.
Negli ultimi anni, l’istituzione ha avviato un profondo processo di rinnovamento, trasformandosi in un laboratorio permanente dove ricerca, didattica e partecipazione si intrecciano. L’obiettivo non è solo esporre, ma costruire nuove narrazioni e coinvolgere il pubblico come parte attiva.
Più che una ricorrenza, dunque, questo anniversario diventa un’occasione per ridefinire il ruolo del museo nel mondo contemporaneo. Guardare alle proprie radici, in questo caso, significa mettere in discussione il presente e immaginare nuove forme di relazione con il pubblico e con le comunità. Perché un museo, per restare vivo, deve continuare a reinventarsi.
Roberto Puntato