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C’è qualcosa di profondamente cervantino nell’operazione compiuta da Alejandro Amenábar con Il prigioniero. Non tanto perché racconti una pagina poco conosciuta della vita di Miguel de Cervantes, quanto perché trasforma le lacune della documentazione storica in materia narrativa, muovendosi continuamente sul confine tra realtà e invenzione.
Siamo ad Algeri nel 1575. Il Mediterraneo è attraversato dallo scontro tra Cristianesimo e Islam, mentre corsari e schiavisti alimentano un sistema che trasforma uomini e donne in merce di scambio. Tra i prigionieri del governatore Hasan Pascià, un veneziano convertito all’Islam, c’è anche il giovane Cervantes, reduce da Lepanto e ancora lontano dal diventare l’autore del Don Chisciotte. Durante la lunga detenzione, il futuro scrittore sopravvive grazie alla sua capacità di raccontare storie, conquistando l’attenzione del Pascià e dei compagni di sventura, ma attirandosi anche inimicizie e sospetti.
Amenábar sceglie di affrontare uno degli aspetti più discussi e meno documentati della biografia cervantina, suggerendo una possibile attrazione omosessuale tra il protagonista e Hasan Pascià. È una scelta narrativa che inevitabilmente farà discutere, ma che il film utilizza più come strumento per riflettere sull’identità, sul potere e sulla necessità di nascondersi in un’epoca dominata dall’intolleranza che come semplice provocazione ideologica. L’omosessualità resta una possibilità evocata, mai trasformata in tesi definitiva o manifesto programmatico.
Il cuore del racconto è proprio il rapporto ambiguo tra prigioniero e carceriere. Un legame fatto di diffidenza, interesse reciproco, manipolazione e desiderio, nel quale Alessandro Borghi costruisce un Hasan Pascià credibile nella sua oscillazione tra autorità e fascinazione personale. Julio Peña Fernández, dal canto suo, interpreta un Cervantes giovane, opportunista e vulnerabile, più interessato alla sopravvivenza che all’eroismo.
Sul piano visivo, il film beneficia di una ricostruzione storica accurata. Scenografie, costumi e fotografia restituiscono una Algeri credibile e stratificata, evitando in buona parte la rappresentazione puramente esotica. Interessante anche la scelta di non trasformare il conflitto tra cristiani e musulmani in uno scontro tra buoni e cattivi: Amenábar guarda con sospetto ai fanatismi di entrambe le parti e prova a mostrare le contraddizioni di due mondi accomunati dall’intolleranza e dalla violenza.
Alcune intuizioni funzionano. L’idea di fare delle storie raccontate da Cervantes uno strumento di sopravvivenza e di libertà offre al film i suoi momenti più convincenti, così come alcune sequenze che mostrano il protagonista mentre osserva e assorbe il mondo che lo circonda, destinato a riaffiorare anni dopo nella sua opera letteraria.
Tuttavia, è proprio quando si guarda all’insieme che emergono i limiti più evidenti dell’operazione. Il prigioniero è un film eccessivamente lungo, spesso indeciso sulla direzione da prendere e incapace di armonizzare le sue numerose anime. Biografia romanzata, prison movie, racconto queer, riflessione sul potere dell’arte e affresco storico finiscono per convivere senza trovare un equilibrio davvero soddisfacente. Più che integrarsi, questi elementi si sovrappongono e si contendono continuamente il centro della scena, producendo una narrazione frammentata e dispersiva.
La durata superiore alle due ore amplifica ulteriormente il problema. Il racconto procede per accumulo di episodi e sottotrame, alternando momenti riusciti ad altri molto più ridondanti. Più che un’epopea cinematografica, il film assume spesso il ritmo dilatato di una serie televisiva in costume, con frequenti ricadute nel melodramma.
Anche la gestione del pathos risulta talvolta problematica. Molte scene sembrano costruite per imporre allo spettatore la loro importanza emotiva, insistendo su rivelazioni, confronti e momenti catartici che finiscono per perdere forza proprio a causa della loro ripetizione. Le grandi verità sull’arte, sulla libertà e sulla condizione umana vengono spesso esplicitate invece che lasciate emergere naturalmente dal racconto.
Anche sotto il profilo formale non tutto convince. Al di là della qualità della ricostruzione scenografica, l’impianto complessivo appare più televisivo che cinematografico. La colonna sonora, spesso affidata a motivi arabeggianti ripetitivi e poco incisivi, contribuisce a una sensazione di uniformità che finisce per appiattire molte sequenze. È uno degli aspetti che tradiscono maggiormente una produzione ambiziosa nelle intenzioni ma meno ricca nei risultati, incapace di trasformare completamente la propria confezione in autentica visione cinematografica.
Alla fine Il prigioniero resta un’opera interessante soprattutto per le domande che pone e per il tentativo di rileggere una figura monumentale come Cervantes attraverso prospettive insolite. Amenábar evita il biopic celebrativo e prova a costruire il ritratto di un uomo costretto a reinventarsi continuamente per sopravvivere. Il problema è che l’ambizione del progetto supera spesso la sua capacità di organizzarsi in una forma coerente. Rimangono alcune intuizioni efficaci e diversi spunti di riflessione, ma anche la sensazione di un film che avrebbe avuto bisogno di maggiore sintesi, maggiore rigore e meno enfasi per trovare davvero la propria voce.
Ilaria Berlingeri