Al cinema dal 12 marzo distribuito da Luce Cinecittà
Gianluca Matarrese torna a esplorare la propria famiglia, portando sullo schermo tensioni e contrasti che sono al tempo stesso universali e profondamente personali. Ne Il quieto vivere, presentato come evento speciale fuori concorso alle Giornate degli Autori di Venezia 82, il regista ci conduce in un piccolo borgo calabrese, tra le case di Contrada Viscigliette, dove le dinamiche di un condominio diventano teatro di una vera e propria epopea domestica.
La storia ruota attorno a Maria Luisa Magno, cinquantenne ribelle e infelice, e alla cognata Imma Capalbo, giovane e brillante, entrambe cugine del regista. Tra loro un rancore che attraversa generazioni: piccole provocazioni quotidiane, dispetti, denunce, diverbi sulla gestione della casa, tutto si trasforma in uno scontro verbale e simbolico che ricorda il coro della tragedia greca. Le tre zie, figure mediatrici e nostalgiche, tentano senza successo di riportare armonia, conferendo al film una dimensione rituale e corale, tra preparazione dei cibi e momenti familiari che diventano spettacolo.
Matarrese costruisce una sorta di docufiction, dove la linea tra realtà e finzione è volutamente sfumata. Gli attori principali sono membri della sua famiglia, portatori della loro esperienza, capaci di trasformare ogni litigio in performance autentica. La quotidianità diventa teatro, il banale si carica di tensione: un cane che sporca il pianerottolo o una tovaglia rovinata assumono un peso drammatico sorprendente, mentre il film scivola verso un climax che sfiora il thriller, ricordando l’idea di Hitchcock secondo cui “il dramma è la vita con le parti noiose tagliate via” e che la suspense nasce dall’attesa più che dall’atto stesso.
Il film colpisce per la sua capacità di fondere ironia e crudezza, realismo e teatralità. Ogni dettaglio, dall’abbigliamento ai gesti quotidiani, contribuisce a delineare i personaggi con precisione quasi antropologica. La colonna sonora di Cantautoma accompagna il ritmo del racconto, scandendo momenti di conflitto e di tregua con un tono quasi epico. Il titolo, Il quieto vivere, gioca con questa ambivalenza: dietro l’apparente normalità di una convivenza familiare si nascondono gelosie, rancori e tensioni latenti che trasformano ogni giorno in un campo di battaglia emotivo.
In meno di novanta minuti, Matarrese costruisce un film intenso e compatto, capace di trasformare la vita quotidiana in narrazione e l’ordinario in tragedia. Il regista dimostra ancora una volta come il documentario conversazionale possa diventare teatro di famiglia, in cui il privato diventa universale e la verità, anche se filtrata dalla macchina da presa, conserva tutta la sua forza e immediatezza.
Il quieto vivere è una prova di equilibrio tra osservazione realistica e invenzione scenica: un affresco tragico e comico al tempo stesso, dove la quotidianità si eleva a mito e il cinema trasforma le tensioni domestiche in epica.
Alessandra Broglia