Premio Orizzonti a Benedetta Porcaroli per la migliore interpretazione femminile a Venezia 82, arriva al cinema dal 4 dicembre con PiperFilm
Con Il rapimento di Arabella, Carolina Cavalli continua a costruire un suo universo riconoscibilissimo fatto di spaesamento, ironia sottile e personaggi che si muovono come se fossero sempre leggermente fuori tempo. A due anni dall’esordio con Amanda, l’autrice sceglie di tornare su quel terreno instabile dove identità, fragilità e desideri irrealizzati si intrecciano fino a generare un mondo narrativo quasi parallelo.
Al centro c’è Holly (Benedetta Porcaroli), ventottenne che vive scivolando ai margini di tutto: della propria vita, delle relazioni, persino di sé stessa. Lavora in una pista di pattinaggio, non si fida di nessuno e non si sente all’altezza di nulla. È una protagonista volutamente “storta”, disillusa, impacciata, che nella solitudine ha trovato un rifugio e una condanna. L’incontro con Arabella (Lucrezia Guglielmino), una bambina che le somiglia più di quanto dovrebbe, accende in lei un’idea folle: quella di trovarsi davanti alla versione bambina del proprio io perduto, l’occasione per rimediare agli errori che l’hanno segnata.
Arabella, però, è un piccolo caos di energia e ribellione, in fuga da un padre famoso e profondamente insicuro—un scrittore interpretato da Chris Pine, qui sorprendente in una versione volutamente stonata e sopra le righe. La bambina asseconda senza esitazioni il bisogno di Holly di riconoscersi in lei, trascinandola in un viaggio che è più mentale che geografico: una sorta di road movie immaginario in cui spazio e tempo non rispondono alle regole reali, ma a quelle dei desideri feriti.
Cavalli costruisce questo racconto come una favola distorta, dove ogni figura sembra uscita da una costellazione indie internazionale. La messa in scena, essenziale e stilizzata, richiama un certo immaginario americano fatto di non-luoghi, luci fredde e un’estetica curata fino all’ultimo dettaglio, senza però rinnegare una malinconia tutta europea. Questo ibrido visivo dà al film un fascino particolare, anche se a tratti rischia di sovrastare la personalità dell’autrice, più forte nella direzione degli attori che nelle citazioni estetiche.
E infatti, è sul lavoro con gli interpreti che Cavalli brilla. Seguendo il cammino magico e rivelatorio di Benedetta Porcaroli e Lucrezia Guglielmino, splendida coppia protagonista, il film trova una sensibilità rara: Porcaroli incarna una fragilità autodistruttiva che però pulsa di vita, mentre Guglielmino è una rivelazione assoluta, spontanea, intensa, capace di reggere ogni sfumatura del suo personaggio ambiguo e tenerissimo. Attorno a loro ruotano figure bizzarre che sembrano appena fuori fuoco e che contribuiscono a quell’atmosfera di sogno dissonante che domina l’intero film.
La fotografia di Lorenzo Levini amplifica questo senso di sospensione: incornicia la storia con una cura quasi pittorica, trasformando i luoghi in paesaggi mentali, perfetti per un racconto dove la realtà si piega al peso del rimpianto.
Il rapimento di Arabella non è un film facile. È imperfetto, spiazzante, volutamente scomodo. Alcune scelte stilistiche appaiono eccessivamente affezionate a un modello internazionale che rischia di soffocare la voce personale della regista. Eppure, proprio in quelle crepe si insinua una luce inattesa: la tenerezza per i personaggi “sbagliati”, l’humour che sboccia nei momenti più cupi, la capacità di parlare di dolore e disorientamento senza mai scivolare nel melodramma.
Cavalli racconta la generazione dei ventenni e dei trentenni come un’umanità che tenta disperatamente di ritrovare sé stessa, anche quando non sa più dove cercare. Holly e Arabella si aggrappano l’una all’altra perché non hanno altro, ma soprattutto perché non sanno ancora chi potrebbero diventare.
Il risultato è un’opera che può dividere, ma difficilmente lascia indifferenti: un film che vive e respira in quell’angolo fragile dove l’assurdo si confonde con il reale, e dove i tentativi di ricucire il passato diventano il modo più umano di guardare avanti.
Carla Curatoli