Premio del Pubblico alla Berlinale 2026 e vincitore di numerosi altri riconoscimenti internazionali, è stato presentato alla 19ª edizione de La Nueva Ola – Festival del cinema spagnolo e latinoamericano. Al cinema dal 28 maggio con Lucky Red
Con Il silenzio degli altri (Sorda), il cinema torna a interrogarsi su una domanda semplice solo in apparenza: che cosa significa davvero “sentire” un altro essere umano?
Il punto di partenza è una storia già esplorata dal cinema recente — da La famiglia Bélier a CODA – I segni del cuore — ma qui il terreno cambia radicalmente. La regista Eva Libertad non costruisce una favola di integrazione né un dramma edificante sulla disabilità. Piuttosto, scava dentro una zona più ambigua e meno rassicurante: quella dove la comunicazione non è solo un ponte, ma anche un campo di frizione continua.
La protagonista Ángela, interpretata da Miriam Garlo (attrice non udente e sorella della regista), non è “definita” dalla sordità. La vive dentro una dimensione relazionale complessa, fatta di famiglia, amici, amore e maternità. Il suo corpo non è mai ridotto a simbolo, ma resta un punto di vista pienamente incarnato sul mondo. Accanto a lei, il compagno udente Héctor non è la controparte “normale”, bensì l’altro polo di una relazione che si misura costantemente su differenze che non si lasciano ricomporre facilmente.
Il film trova il suo nucleo più potente proprio nella gravidanza. Non tanto come evento biologico, ma come attesa carica di incertezza percettiva: il dubbio non riguarda solo la salute della bambina, ma la possibilità stessa di condividere un linguaggio, una frequenza, una forma di contatto futuro. È un’attesa che non costruisce solo una nascita, ma una frattura emotiva sotterranea tra desiderio, paura e identità.
Eva Libertad evita con precisione ogni scorciatoia emotiva. Non forza lo spettatore a “diventare” Ángela attraverso artifici sonori spettacolari, né insiste su un realismo dimostrativo alla Sound of Metal. Al contrario, lavora per sottrazione: il suono non viene spiegato, ma lasciato esistere come presenza intermittente, mai completamente dominata. Il risultato è una percezione del mondo che non si limita a rappresentare la sordità, ma la trasforma in una condizione relazionale, sociale, quasi politica.
Il cuore del film non è dunque la mancanza di udito, ma la continua negoziazione tra mondi percettivi diversi. Le cene con gli amici, gli incontri familiari, gli spazi domestici diventano micro-teatri di traduzione imperfetta, dove ogni gesto è già interpretazione e ogni parola rischia di essere uno scarto. Anche l’intimità della coppia non è un rifugio, ma un luogo attraversato da incomprensioni sottili, a volte invisibili.
La macchina da presa resta spesso vicina ad Ángela, ma senza pietismo né invasività. La segue come si segue qualcuno che non deve essere spiegato, ma osservato nel suo continuo adattamento. Miriam Garlo restituisce questa complessità con una recitazione che non “interpreta” la sordità, ma la trasforma in linguaggio corporeo: lo sguardo, la postura, la densità emotiva dei silenzi visivi diventano strumenti narrativi autonomi.
Il film trova momenti di particolare intensità quando la comunicazione si rompe o si reinventa. Non ci sono grandi scene dichiarative, ma piccoli attriti: una mascherina strappata per leggere le labbra durante il travaglio, uno sguardo che arriva sempre un secondo dopo, una risata che non coincide mai del tutto tra chi la produce e chi la riceve. È in questi dettagli che Il silenzio degli altri costruisce la sua forza: nel mostrare come la comprensione non sia mai immediata, nemmeno tra chi si ama.
Nella parte finale, il film compie uno slittamento percettivo più sottile che spettacolare. Non si tratta di “entrare” nel mondo della protagonista, ma di accettare che quel mondo non è traducibile senza residui. Il suono, quando emerge o si deforma, non serve a guidare lo spettatore, ma a ricordargli la fragilità delle proprie abitudini percettive.
Il silenzio degli altri (Sorda) è, in definitiva, un film sulla traduzione impossibile e necessaria tra esseri umani. Non cerca di risolvere la distanza, ma di abitarla. E in questa scelta sta la sua originalità: invece di trasformare la differenza in messaggio, la lascia essere esperienza.
Il risultato è un’opera sobria ma inquieta, capace di restituire la maternità non come compimento, ma come trasformazione instabile; e la disabilità non come limite narrativo, ma come prospettiva da cui il mondo si ricompone, ogni volta, in modo leggermente diverso.
Ilaria Berlingeri