Premio della giuria al Festival di Cannes 2025, arriva al cinema dal 26 febbraio con I Wonder Pictures
Con Il suono di una caduta, la regista tedesca Mascha Schilinski firma un’opera seconda che ambisce a misurarsi con l’inesprimibile: la morte, l’identità, la memoria come ferita aperta. È un film che non cerca consolazioni né appigli narrativi tradizionali, ma costruisce un’esperienza stratificata e inquieta, dove il tempo non scorre in linea retta e lo spazio diventa deposito di presenze.
Il racconto attraversa tre momenti storici – l’inizio del Novecento, gli anni tra Settanta e Ottanta e il presente – mantenendo come perno una grande casa rurale nel nord della Germania. Quell’edificio, apparentemente stabile, muta significato insieme ai confini politici che lo circondano: Prussia, Germania divisa, nazione riunificata. La Storia passa, le pareti restano, ma nulla è davvero identico a sé stesso.
Al centro, soprattutto, ci sono sguardi femminili. La piccola Alma, l’irrequieta Angelika, l’adolescente Lenka e altre figure che sembrano specchiarsi l’una nell’altra incarnano una sensibilità esposta, vulnerabile, incapace di difendersi dall’eccesso di percezione. Schilinski non costruisce ritratti psicologici compatti: preferisce suggerire vibrazioni interiori, intuizioni, paure che attraversano generazioni come correnti sotterranee.
La morte non è un evento isolato ma un clima. È un pensiero che affiora nei giochi infantili, nelle fotografie di famiglia, nei silenzi improvvisi. In alcune sequenze ambientate nel primo Novecento, la dimensione gotica si fa più marcata: i corpi sembrano già appartenere al ricordo mentre sono ancora in vita, le immagini hanno la consistenza di un album fotografico che prende respiro.
Il film insiste sul rapporto tra immagine e assenza. Le fotografie, le Polaroid, i ritratti post mortem evocano un’epoca in cui la manipolazione dell’immagine non era digitale ma fisica, concreta, quasi brutale. L’illusione di trattenere ciò che svanisce diventa un gesto disperato, e in questo gesto si condensa l’intero discorso dell’opera: ogni tentativo di fissare l’identità è destinato a incrinarsi.
Dal punto di vista formale, Schilinski dimostra un controllo notevole. L’uso del formato 4:3, le variazioni di grana e luminosità, i movimenti di macchina che si aprono improvvisi dopo lunghe stasi costruiscono un tessuto visivo coerente e riconoscibile. Alcuni piani-sequenza rivelano un talento indiscutibile nel gestire lo spazio e la tensione.
La regista sembra dialogare idealmente con autori che hanno indagato il perturbante e la memoria, da Ingmar Bergman a Andrej Tarkovskij, passando per la radicalità di Michael Haneke (impossibile non pensare a Il nastro bianco in certi passaggi). Ma più che citazioni dirette, si avverte una comunanza di tensione: la volontà di guardare dove di solito il cinema distoglie lo sguardo.
Eppure, proprio questa sicurezza stilistica rischia a tratti di trasformarsi in compiacimento. La durata considerevole – circa due ore e mezza – dilata un materiale già denso, generando momenti di stasi che attenuano l’impatto complessivo. Alcune sequenze, pur suggestive, sembrano reiterare intuizioni già espresse con forza altrove.
Uno dei nuclei più interessanti del film riguarda il tema del riconoscimento: siamo ciò che facciamo o ciò che sentiamo mentre agiamo? Esistiamo solo nello sguardo degli altri? Schilinski traduce queste domande in un continuo slittamento del punto di vista, con soggettive che talvolta non appartengono a nessuno, come se la casa stessa osservasse i suoi abitanti.
Il risultato è un racconto febbrile, frammentato, che privilegia la sensazione rispetto alla spiegazione. Non tutto si ricompone; anzi, molte linee restano sospese. Ma è una scelta coerente con l’idea di fondo: la vita come accumulo di tracce, non come narrazione ordinata.
Il suono di una caduta è un film che chiede molto allo spettatore. Non offre catarsi né risposte rassicuranti. In cambio, regala immagini di grande potenza e una riflessione rara sulla fragilità dell’esistenza. Se qualche sforbiciata avrebbe reso l’insieme più compatto, resta comunque la sensazione di trovarsi davanti a un’autrice con una visione forte e personale.
Non è ancora un capolavoro compiuto, ma è un’opera che testimonia un talento autentico e un coraggio non comune. E in un panorama spesso incline alla semplificazione, non è poco.
Ilaria Berlingeri