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Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Il testamento di Ann Lee è probabilmente il film più ambizioso finora realizzato da Mona Fastvold. L’autrice norvegese affronta una figura storica poco conosciuta ma straordinaria – la predicatrice inglese Ann Lee, fondatrice della comunità religiosa degli Shaker – costruendo attorno alla sua vita un’opera difficilmente classificabile: biografia spirituale, musical ascetico, affresco storico e riflessione sul potere delle utopie collettive.
Il film si muove infatti in uno spazio insolito, dove il fervore religioso incontra la ricerca estetica e la storia si intreccia con un immaginario quasi mitologico. Non è un racconto rassicurante né immediato: Fastvold sembra piuttosto interessata a mettere in scena l’esperienza del fervore, della fede e del dolore come motori di trasformazione personale e comunitaria.
La storia prende avvio nella Manchester del XVIII secolo, dove Ann Lee conduce una vita segnata da povertà e lavoro nelle filande. Il matrimonio non è un rifugio: la giovane donna subisce la violenza del marito e soprattutto la tragedia di quattro gravidanze concluse con la morte dei figli. È proprio questa esperienza devastante a generare una svolta radicale nella sua visione della vita.
Entrata in contatto con la comunità degli Shaker – gruppo religioso derivato dal quaccherismo – Ann trasforma il dolore in una dottrina. Convinta che il desiderio sessuale sia la radice della sofferenza umana, predica il celibato e propone una forma di spiritualità comunitaria basata su uguaglianza, lavoro e condivisione. La sua leadership cresce rapidamente e molti fedeli arrivano a considerarla una manifestazione vivente della seconda venuta di Cristo.
Per sfuggire alle persecuzioni religiose, nel 1774 Ann e i suoi seguaci attraversano l’Atlantico e si stabiliscono nel New England. Qui la comunità cerca di costruire una società alternativa fondata su pacifismo, disciplina e creatività collettiva. L’utopia però entra presto in conflitto con l’ambiente circostante: diffidenza, violenze e repressioni accompagnano la diffusione del movimento.
Uno degli aspetti più sorprendenti del film è la scelta di raccontare questa vicenda come un musical. Non però nel senso tradizionale del genere. Le sequenze musicali non hanno nulla di leggero o spettacolare: canti e danze nascono direttamente dalle pratiche spirituali degli Shaker, celebri per i rituali estatici che prevedevano tremori, movimenti ripetitivi e cori collettivi.
La regia di Fastvold traduce questi momenti in una coreografia quasi rituale. I corpi si muovono con energia ossessiva, in una dimensione che oscilla tra estasi mistica e trance comunitaria. La musica diventa così un linguaggio della fede, ma anche una valvola attraverso cui i membri della comunità trasformano dolore e repressione in un’esperienza condivisa.
È in questi momenti che il film raggiunge la sua massima forza visiva. Le scene illuminate da luce naturale, le architetture di legno delle comunità e la fisicità delle performance creano immagini che evocano tanto la pittura barocca quanto una dimensione quasi primordiale del rito.
Al centro di tutto c’è l’interpretazione di Amanda Seyfried, che compie qui una trasformazione radicale rispetto all’immagine luminosa con cui era stata associata a musical più popolari come Mamma Mia!. Il suo volto diventa quello di una guida spirituale tormentata, fragile e allo stesso tempo magnetica.
Seyfried riesce a rendere tangibile la complessità del personaggio: una donna ferita che trasforma la sofferenza in missione religiosa, oscillando continuamente tra fede autentica, carisma politico e possibile fanatismo. La sua Ann Lee è una figura quasi ascetica, capace di emanare grazia e inquietudine nello stesso momento.
Accanto a lei si muove un cast di interpreti solidi, tra cui Thomasin McKenzie, Stacy Martin e Tim Blake Nelson, che contribuiscono a dare consistenza a una comunità rappresentata più come organismo collettivo che come insieme di singoli personaggi.
Il progetto nasce dalla collaborazione artistica tra Fastvold e il marito Brady Corbet, qui co-sceneggiatore e produttore. Non è difficile riconoscere nel film alcune affinità con le tematiche già esplorate dalla coppia, come nel monumentale The Brutalist: il rapporto tra visione individuale e costruzione collettiva, la tensione verso un ideale quasi impossibile e la dimensione quasi religiosa della creazione artistica.
Nel caso di Ann Lee questa tensione assume la forma di una vera e propria utopia sociale. La fondatrice degli Shaker immagina una comunità perfetta in cui uomini e donne possano vivere senza violenza né desiderio. Come spesso accade nei grandi progetti utopici, però, la purezza dell’ideale porta con sé un’ombra di rigidità e sofferenza.
Fastvold sembra interessata proprio a questa ambiguità. Il film non celebra né condanna la protagonista: la osserva con distanza, lasciando allo spettatore il compito di decidere se vedere in lei una mistica visionaria, una leader carismatica o una figura dominata da un fervore quasi autodistruttivo.
Se l’impianto estetico del film è indubbiamente impressionante, non tutti gli elementi funzionano con la stessa efficacia. La regista privilegia spesso la costruzione formale e la dimensione simbolica, rischiando di sacrificare il coinvolgimento emotivo.
Il racconto procede per episodi della vita della protagonista più che per un vero sviluppo drammaturgico, e talvolta la narrazione sembra rimanere prigioniera dello stesso fervore ripetitivo che caratterizza le pratiche religiose degli Shaker. L’insistenza su dolore, sacrificio e disciplina finisce così per creare una certa distanza emotiva.
Eppure, proprio in questa severità emerge anche il fascino del film. Il testamento di Ann Lee non cerca di sedurre lo spettatore: è un’opera austera, quasi monastica, che tenta di tradurre cinematograficamente la tensione verso una forma di grazia.
Alla fine l’impressione è quella di trovarsi davanti a un oggetto cinematografico singolare. Non è un musical nel senso consueto, non è un biopic tradizionale e nemmeno un semplice dramma storico. È piuttosto una meditazione sul rapporto tra fede, dolore e creazione collettiva.
Forse proprio per questo il film può risultare ostico o persino respingente per parte del pubblico. Ma nella sua radicalità c’è anche qualcosa di profondamente coerente: la volontà di trasformare il cinema in un’esperienza quasi spirituale, alla ricerca – come suggerisce la stessa Fastvold – di quei rari “momenti di grazia” in cui arte e fede sembrano coincidere.
Paola Canali