Al cinema dal 7 maggio con 01 Distribution
Illusione è uno di quei film che partono con un’immagine potente — una ragazza creduta morta che torna a respirare sul ciglio di un fosso — e promettono un viaggio negli abissi. Il problema è che, strada facendo, sembrano smarrire la bussola.
La regista Francesca Archibugi costruisce un racconto ambizioso, stratificato, quasi tentacolare: c’è il thriller giudiziario, il dramma psicologico, la denuncia sociale sulla tratta di minori, e persino un’ombra di melodramma sentimentale. Troppo, forse. Perché invece di fondersi, questi piani narrativi si sovrappongono senza mai trovare un equilibrio davvero convincente.
Al centro c’è Rosa (Angelina Andrei), adolescente moldava sopravvissuta a un incubo che non riesce — o non vuole — raccontare. È un personaggio enigmatico, ma anche sfuggente: più che misteriosa, finisce per risultare distante. Attorno a lei ruotano figure adulte altrettanto problematiche: la procuratrice interpretata da Jasmine Trinca, rigida e quasi algida; lo psicologo di Michele Riondino, emotivamente instabile e coinvolto oltre il lecito; e un contorno di personaggi che oscillano tra il grottesco e il caricaturale, come la suocera interpretata da Francesca Reggiani.
Il film sembra voler raccontare tutto: la discesa di Rosa nel mondo dello sfruttamento, le indagini tra Umbria ed Europa, le crepe interiori dei suoi “salvatori”. Ma questa abbondanza diventa dispersione. Le sottotrame si moltiplicano, alcune si perdono del tutto, altre restano accennate. Persino il versante thriller, che dovrebbe dare tensione e direzione, rimane sorprendentemente opaco.
Eppure qualcosa funziona. L’atmosfera, ad esempio: la Perugia invernale è fredda, quasi immobile, e restituisce bene il senso di isolamento. Anche alcune dinamiche — soprattutto quelle psicologiche — hanno momenti di autentica inquietudine. Ma sono lampi isolati, che non riescono a tenere insieme l’intero impianto.
Il vero limite di Illusione è forse il suo sguardo: vuole essere empatico, ma resta in superficie; tenta di scavare nel trauma, ma si ferma prima di sporcarsi davvero le mani. Il risultato è un film che parla di orrore senza mai farlo sentire fino in fondo.
Dopo prove più compatte e riuscite, qui Archibugi sembra diluire il suo talento in una narrazione troppo ampia per il tempo che ha. Paradossalmente, una storia così avrebbe forse respirato meglio in forma seriale, dove ogni linea avrebbe avuto lo spazio per svilupparsi.
Alla fine, resta proprio ciò che suggerisce il titolo: un’illusione. Quella di trovarsi davanti a un grande racconto, quando invece si assiste a un mosaico incompleto, affascinante a tratti, ma incapace di lasciare davvero il segno.
Alessandra Broglia