Al cinema dal 14 maggio con 01 Distribution
Guy Ritchie non gira più film: costruisce meccanismi. E come tutti i meccanismi, anche In the Grey funziona finché i pezzi continuano a muoversi. Il problema è che, questa volta, il movimento non genera tensione, adrenalina o spettacolo. Genera soltanto rumore.
C’è stato un momento in cui il cinema di Ritchie sembrava esplodere fuori dallo schermo. I suoi gangster parlavano troppo, certo, ma ogni dialogo aveva il ritmo di un pugno; ogni personaggio possedeva un volto, una voce, un’ossessione. Da Lock & Stock a Snatch, fino ai due Sherlock Holmes, il regista britannico aveva trasformato il caos in stile. Oggi, invece, sembra interessato solo all’architettura dell’azione, al puro gesto tecnico, come un illusionista che continui a ripetere lo stesso trucco sperando che il pubblico non noti più i fili.
In the Grey è forse il punto più estremo di questa trasformazione. La trama, in teoria, promette bene: un’avvocata specializzata nel recupero crediti sporchi, Rachel Wild (Eiza González), recluta due mercenari dall’aria consumata — Henry Cavill e Jake Gyllenhaal — per stanare un trafficante internazionale nascosto nella sua isola-fortezza. Intorno: offshore, miliardi scomparsi, eserciti privati, hacker, infiltrazioni e operazioni clandestine. Materiale perfetto per un thriller muscolare e ambiguo, sospeso tra heist movie e spy story.
Eppure il film si inceppa quasi subito. Ritchie complica ogni scena come se la complessità fosse sinonimo di profondità. I personaggi parlano continuamente di piani, varianti, coperture, strategie, accessi, estrazioni, vie di fuga. Ma invece di costruire tensione, il film finisce per anestetizzarla. La prima ora sembra un briefing infinito in cui tutti spiegano cose che lo spettatore ha già capito da venti minuti. È cinema che si avvita sulla preparazione senza mai arrivare davvero all’esplosione.
E quando finalmente arriva l’azione, sorprende quanto sia debole. Le sparatorie sono confuse, prive di peso fisico. Gli inseguimenti non accelerano mai il battito. Persino la guerriglia urbana finale — teoricamente il cuore pulsante del film — scorre senza lasciare traccia. Tutto è corretto, professionale, persino elegante in alcuni momenti. Ma non c’è sangue nelle vene di questo racconto. Solo geometria.
Il paradosso più grande è che In the Grey possiede un cast perfetto per un grande film d’intrattenimento. Jake Gyllenhaal e Henry Cavill hanno un’alchimia naturale: sembrano due cani da guerra stanchi del mondo, ironici e pericolosi il giusto. Eiza González regge bene il ruolo della donna che muove i fili tra seduzione e cinismo. Ma nessuno di loro diventa davvero un personaggio. Sono funzioni narrative. Pedine. Componenti intercambiabili di un ingranaggio più grande.
Ed è qui che emerge la vera natura dell’ultimo Guy Ritchie. Negli ultimi dieci anni il regista ha smesso di inseguire l’iconicità per rifugiarsi nell’efficienza. Non cerca più figure memorabili come lo zingaro di Brad Pitt in Snatch o i criminali logorroici di The Gentlemen. Cerca fluidità. Progressione. Dinamica. I suoi film non vogliono più essere vissuti: vogliono essere eseguiti.
Da questo punto di vista, In the Grey è quasi un manifesto involontario. Un action-thriller svuotato di ogni eccesso emotivo, ridotto a procedura pura. Come una lunghissima missione di Call of Duty giocata da qualcuno estremamente bravo, ma totalmente disinteressato a raccontarti chi stia davvero combattendo.
Eppure sarebbe troppo facile liquidarlo come un brutto film. Perché dentro questa macchina fredda si intravede ancora il talento di Ritchie: nei movimenti di macchina sempre precisissimi, nella gestione dello spazio, nella capacità di dare ordine visivo al caos. Anche quando il film deraglia, resta il lavoro di un regista che conosce perfettamente il linguaggio dell’action moderno. Semplicemente, sembra aver perso interesse per tutto ciò che sta attorno all’azione stessa: i personaggi, le emozioni, il rischio, perfino il divertimento.
Il risultato è un film che si guarda senza fatica ma che evapora immediatamente dopo i titoli di coda. Non lo ricorderemo tra dieci anni. Forse nemmeno tra dieci giorni.
Ma parleremo comunque di In the Grey quando ripenseremo a questa fase della carriera di Guy Ritchie: quella in cui uno degli autori più riconoscibili del crime britannico ha smesso di sporcare il cinema con personalità e follia, scegliendo invece di trasformarlo in un sofisticato esercizio di esecuzione.
Ilaria Berlingeri