Al cinema dal 14 maggio con Universal Pictures
Ci sono documentari musicali che servono a raccontare una carriera. E poi ci sono opere che cercano di spiegare un fenomeno culturale. Iron Maiden: Burning Ambition appartiene decisamente alla seconda categoria. Perché raccontare gli Iron Maiden significa inevitabilmente confrontarsi con qualcosa che va oltre la musica: un immaginario collettivo, una religione laica fatta di riff, iconografie, sudore, dedizione e senso di appartenenza.
Il documentario diretto da Malcolm Venville parte da un problema quasi impossibile da risolvere: condensare mezzo secolo di storia, decine di album e migliaia di concerti in meno di due ore senza ridurre tutto a una sterile compilation celebrativa. E sorprendentemente riesce nell’impresa, scegliendo la strada più intelligente possibile: non raccontare semplicemente gli Iron Maiden come band, ma come ecosistema umano.
Fin dalle prime immagini, la Londra sporca e febbrile della metà degli anni Settanta appare come un luogo in cui tutto sembrava sul punto di esplodere. Il punk stava divorando la scena musicale britannica, riscrivendo le regole del rock con rabbia proletaria e nichilismo estetico. Ed è proprio in quel contesto che Steve Harris decide di andare nella direzione opposta: costruire una band che punti sulla tecnica, sull’epica, sulla complessità narrativa. Una follia, apparentemente. O forse un atto di fede.
Iron Maiden: Burning Ambition coglie perfettamente questo aspetto: gli Iron Maiden non inseguivano una tendenza, volevano crearne una nuova. E il documentario restituisce benissimo quella sensazione di fame assoluta che attraversava i primi anni del gruppo. I piccoli pub londinesi, i concerti davanti a poche decine di persone, le prove infinite, la costruzione quasi artigianale di un’identità sonora e visiva: tutto contribuisce a trasformare la nascita della band in una sorta di mito proletario del rock.
La scelta più interessante di Venville è però quella di decentrare continuamente la narrazione. I membri della band parlano spesso soltanto attraverso voci fuori campo, mentre sullo schermo scorrono immagini d’archivio e testimonianze di fan sparsi in tutto il mondo. Non è un dettaglio da poco: il documentario suggerisce continuamente che gli Iron Maiden non appartengano davvero ai singoli musicisti, ma alla comunità che hanno costruito negli anni.
E infatti il cuore pulsante del film non sono tanto gli album o i tour, quanto il rapporto quasi spirituale tra la band e il proprio pubblico. Poliziotti, insegnanti, avvocati, giornalisti, ragazzi cresciuti con un poster di Eddie in camera: il film mostra come i Maiden abbiano saputo attraversare classi sociali, generazioni e geografie completamente diverse. Persino gli interventi di nomi come Tom Morello, Lars Ulrich, Gene Simmons o Javier Bardem non sembrano semplici cameo celebrativi, ma testimonianze genuine di quanto la band abbia influenzato intere generazioni artistiche.
Naturalmente il documentario attraversa tutti i passaggi chiave della loro storia: l’arrivo di Paul Di’Anno e il sound sporco e stradaiolo degli esordi, l’esplosione definitiva con Bruce Dickinson, l’ingresso di Nicko McBrain, gli album immortali, i tour mastodontici, le crisi interne, gli addii e i ritorni. Ma ciò che colpisce è il modo in cui Burning Ambition evita quasi sempre la trappola dell’agiografia totale.
Perfino le fasi più dolorose vengono affrontate con una malinconia sincera. Il racconto di Di’Anno, ad esempio, è uno dei momenti più forti dell’intero documentario: non viene trattato come una semplice nota storica sacrificata sull’altare del successo, ma come una figura tragica e fondamentale nella costruzione dell’identità originaria dei Maiden. Il film sembra comprendere che senza quella componente sporca, rabbiosa e autodistruttiva, probabilmente il gruppo non avrebbe mai avuto la stessa forza nei primi anni.
Allo stesso modo, le tensioni creative, la fatica dei tour e il rischio continuo di diventare una caricatura di sé stessi emergono più volte sotto traccia. Ed è forse proprio questa la qualità più bella del documentario: ricordare che dietro il mito esistono uomini che hanno passato cinquant’anni a convivere con aspettative gigantesche senza perdere completamente la propria identità.
Ovviamente c’è spazio anche per il lato più iconico e spettacolare del fenomeno Maiden. Eddie domina il film quasi come una presenza soprannaturale, incarnando perfettamente l’immaginario visivo della band. Le sequenze animate che lo coinvolgono sono a tratti ingenue e nostalgicamente datate, ma proprio per questo finiscono per avere un fascino particolare: sembrano reperti di un’epoca in cui il metal costruiva mondi immaginari senza alcun bisogno di apparire realistico.
E poi c’è la musica, naturalmente. Il documentario ha l’intelligenza di non “ripulire” eccessivamente i materiali d’archivio: i vecchi live suonano sporchi, compressi, ruvidi. Ma è proprio questa progressiva evoluzione sonora a raccontare simbolicamente la crescita della band. Si parte da registrazioni quasi caotiche per arrivare a concerti giganteschi dal suono monumentale. È come assistere all’espansione graduale di un sogno.
Forse il limite più evidente del film è inevitabilmente la sua ambizione smisurata. Raccontare quasi cinquant’anni di storia in cento minuti significa dover correre, comprimere, sacrificare passaggi importanti. Alcuni periodi — dall’era Blaze Bayley fino ad alcuni cambi di formazione cruciali — scorrono troppo rapidamente, lasciando la sensazione che certe ferite avrebbero meritato maggiore profondità. Ma è un difetto quasi inevitabile.
Quello che resta alla fine di Iron Maiden: Burning Ambition non è soltanto la celebrazione di una band leggendaria. È piuttosto il ritratto di una resistenza artistica rarissima. Gli Iron Maiden hanno attraversato mode, rivoluzioni musicali, crisi dell’industria discografica, cambi generazionali e mutazioni culturali senza mai smettere di essere riconoscibili. Non hanno inseguito il futuro: hanno costretto il futuro a fare i conti con loro.
Ed è forse questo il motivo per cui il documentario funziona così bene anche nei suoi momenti più celebrativi. Perché dietro la retorica della leggenda, dietro gli stadi pieni e i milioni di dischi venduti, continua a intravedersi l’immagine originaria di cinque ragazzi inglesi convinti che l’heavy metal potesse diventare qualcosa di enorme. Contro ogni logica, avevano ragione.
Ilaria Berlingeri