Diretto da Riccardo Cannella, arriva al cinema il 19 febbraio con Dea Film
Presentato alla 71ª edizione del Festival di Taormina, Jastimari – Il Rifugio segna il ritorno alla regia di Riccardo Cannella, che tenta un approccio inedito all’horror italiano contemporaneo. Ambientato nei boschi delle Madonie, tra scenari selvaggi e montagne isolate della Sicilia settentrionale, il film gioca con l’idea di un “horror contenuto”: vuole inquietare senza sconvolgere, mescolando tensione visiva e riflessione sociale.
La trama segue Lele (Simone Bagarella), un bambino di circa dieci anni, il cui incontro con un vecchio dal volto segnato da malattia (Giorgio Colangeli) scuote la routine della sua famiglia. Saro, il padre autoritario interpretato da Francesco Foti, reagisce con severità, mentre la madre Teresa (Rossella Brescia) e il fratello Angelo (Giuseppe Lanza) si trovano coinvolti in una serie di eventi che travalicano la dimensione quotidiana, fino all’arrivo di un uomo (Fabio Troiano) con due giovani figlie che mettono alla prova il delicato equilibrio della fattoria.
Cannella intreccia elementi classici dell’horror – figure misteriose nei boschi, una “strega” rinchiusa in una capanna – con una chiave narrativa più attuale: la paura dell’isolamento e della malattia, metafora evidente della pandemia da COVID-19. L’idea di fondere superstizione, tensione familiare e ansie contemporanee è interessante e offre al film un respiro più ampio rispetto al puro brivido.
Sul piano visivo, Jastimari convince. La fotografia di Daniele Ciprì valorizza la natura selvaggia delle Madonie, creando atmosfere sospese tra realismo e suggestione gotica. La colonna sonora, curata da Gian Marco Castro e Livio Lombardo, supporta efficacemente i momenti più intensi con suoni martellanti e inquietanti, che richiamano il lavoro di autori come Ari Aster. Il cast adulto dimostra solidità, regalando momenti di naturalezza e pathos.
Alcune difficoltà emergono nella scrittura, che alterna momenti di riflessione a dialoghi meno riusciti, soprattutto tra i giovani protagonisti. Le scene di vita quotidiana e i piccoli intrecci sentimentali rischiano di alleggerire la tensione, lasciando talvolta la narrazione in bilico tra metafora e semplice racconto. Nonostante ciò, ci sono sequenze efficaci e sorprendenti, che confermano la capacità del regista di evocare brividi concreti e un senso di mistero autentico.
In sintesi, Jastimari è un esperimento interessante nel panorama dell’horror italiano: un film che cerca di coniugare suggestione visiva, temi contemporanei e tradizione del genere. Non sempre equilibrato nella scrittura, riesce però a offrire momenti di tensione e riflessione che meritano attenzione. È un’opera che dimostra coraggio e ambizione, suggerendo che il cinema di genere italiano può ancora esplorare strade personali e intelligenti, senza rinunciare a uno sguardo popolare e accessibile.
Maria Grande