Al cinema dal 12 marzo distribuito da Be Water
Negli ultimi anni il cinema horror ha attraversato una fase di grande vitalità creativa. Accanto alla produzione più commerciale, fatta di sequel e saghe consolidate, continuano a emergere autori che utilizzano il genere per esplorare temi complessi attraverso atmosfere, simboli e una forte attenzione alla messa in scena. In questo contesto si colloca Keeper, il nuovo film di Oz Perkins, regista che ha conquistato pubblico e critica grazie a opere come Longlegs. Figlio dell’attore Anthony Perkins, celebre per aver interpretato Norman Bates nel classico Psycho di Alfred Hitchcock, il regista statunitense ha costruito nel tempo una filmografia coerente e riconoscibile, muovendosi tra horror psicologico, suggestioni soprannaturali e una forte centralità del linguaggio visivo.
Keeper rappresenta un’ulteriore tappa di questo percorso. Negli ultimi due anni Perkins ha lavorato con grande intensità, realizzando diversi film in tempi ravvicinati. Una produttività così elevata potrebbe far temere il rischio di ripetersi o di perdere lucidità creativa, ma questa nuova opera dimostra come il regista sia ancora capace di reinventare le proprie ossessioni formali e narrative.
La storia è volutamente essenziale. Liz, interpretata da Tatiana Maslany, decide di trascorrere un fine settimana con il fidanzato Malcolm, interpretato da Rossif Sutherland, nella casa di famiglia di lui: una moderna baita immersa nei boschi, isolata e apparentemente lontana da qualsiasi minaccia. Quella che dovrebbe essere una breve vacanza romantica si trasforma però in un’esperienza sempre più inquietante. Fin dalle prime ore Liz avverte che qualcosa non funziona: piccoli rumori, presenze appena percepibili e strane visioni sembrano insinuarsi nella quiete della casa. A rendere il tutto ancora più disturbante è l’atteggiamento ambiguo di Malcolm, premuroso ma allo stesso tempo sfuggente, come se stesse nascondendo qualcosa.
Il film procede con pochi eventi ma con una crescente tensione psicologica. Perkins preferisce lavorare per sottrazione, costruendo il senso di inquietudine attraverso dettagli apparentemente insignificanti. Un regalo fuori luogo, una torta dal gusto sbagliato, una visita inattesa o una frase pronunciata con troppa leggerezza diventano segnali di una dinamica relazionale sempre più disturbante. In questo modo il rapporto tra i due protagonisti si trasforma progressivamente in un campo di tensione emotiva in cui la paura nasce non tanto da presenze soprannaturali quanto da comportamenti quotidiani.
Uno degli aspetti più interessanti del film è proprio la riflessione sulle relazioni sentimentali e sui meccanismi di manipolazione psicologica. Attraverso una serie di micro-aggressioni e ambiguità, la narrazione mette in scena una forma di gaslighting che progressivamente destabilizza la protagonista. Il partner tossico viene così sottratto alla dimensione romantica per essere osservato quasi come una figura predatoria. Il film suggerisce che questa dinamica non sia isolata ma parte di una storia più ampia, quasi una genealogia della violenza maschile che attraversa il tempo. Non è casuale che l’opera si apra con un montaggio di donne appartenenti a epoche e contesti diversi: volti inizialmente sorridenti che diventano via via terrorizzati, come se una stessa minaccia invisibile si ripetesse nel corso della storia.
Se la trama rimane volutamente sottile, è la dimensione visiva a dare forza al film. Perkins costruisce la narrazione attraverso oggetti e spazi che assumono un valore simbolico. Emblematico è il ruolo della torta al cioccolato che Malcolm offre a Liz. In apparenza un semplice gesto di cortesia, ma accompagnato da una frase che rivela un mondo di stereotipi e presupposizioni: “pensavo che tutte le donne amassero il cioccolato”. Da quel momento l’oggetto diventa sempre più inquietante, trasformandosi in un feticcio carico di ambiguità, simbolo di seduzione ma anche di controllo.
Grande importanza ha anche l’ambientazione. La casa in cui si svolge la vicenda è una costruzione moderna di legno chiaro e vetro, progettata con linee pulite e grandi finestre affacciate sulla foresta. L’architettura, invece di offrire sicurezza, produce una sensazione paradossale di apertura e claustrofobia allo stesso tempo. La natura circostante sembra osservare i personaggi, mentre gli spazi interni diventano progressivamente più opprimenti.
Il lavoro sulla fotografia contribuisce in modo decisivo alla creazione dell’atmosfera. Le inquadrature privilegiano angolazioni insolite, spesso lasciando i volti parzialmente nell’ombra e suggerendo presenze fuori campo. In alcune sequenze particolarmente suggestive il volto di Liz viene sovrapposto alle acque del fiume vicino alla casa attraverso dissolvenze incrociate, creando l’impressione di un lento annegamento simbolico, come se la protagonista stesse sprofondando in una dimensione invisibile.
Buona parte del film si regge sulle interpretazioni dei suoi due protagonisti. Tatiana Maslany offre una performance intensa e sfaccettata, dando vita a una protagonista lucida e diffidente, lontana dalla classica vittima ingenua del cinema horror. Rossif Sutherland, al contrario, costruisce un personaggio disturbante proprio grazie alla sua apparente normalità, incarnando una figura di quotidiana inquietudine. Il rapporto tra i due attori diventa così il vero motore emotivo del film.
Non mancano tuttavia alcune debolezze. A metà della narrazione compare una sequenza esplicativa che chiarisce parte del mistero con una rapidità forse eccessiva. Si tratta di un momento in cui la sceneggiatura sembra rinunciare alla sottigliezza costruita fino a quel punto per offrire una spiegazione più diretta degli eventi. Nonostante questo passaggio meno riuscito, il film ritrova presto la propria forza nelle sequenze più visionarie. Le apparizioni femminili che popolano l’immaginario della protagonista, realizzate con effetti essenziali ma disturbanti, rappresentano alcune delle immagini più originali e suggestive dell’opera.
Keeper conferma così la poetica di Perkins: un cinema dell’orrore basato sulla suggestione, sull’uso dello spazio e su un’attenta costruzione dell’immagine. La tensione nasce da ciò che resta ai margini dell’inquadratura, da ciò che viene evocato piuttosto che mostrato apertamente. È un approccio che richiede allo spettatore attenzione e partecipazione, ma che riesce a lasciare un senso di inquietudine persistente anche dopo la fine della visione. Con questo film il regista continua a sviluppare una visione personale del genere, dimostrando come l’horror possa essere un terreno fertile per raccontare paure intime, dinamiche relazionali e inquietudini contemporanee attraverso la potenza evocativa delle immagini.
Ilaria Berlingeri