Al cinema dal 28 maggio al 10 giugno con Plaion Pictures e Midnight Factory
Quando un film smette di essere semplicemente un film e diventa una leggenda, nasce qualcosa di pericoloso: il mito della versione perduta. Bobine fantasma, montaggi proibiti, director’s cut inseguite per decenni come reliquie da cinefili. Con Kill Bill: The Whole Bloody Affair quel mito non solo prende forma: impugna una katana, si veste di giallo e torna al cinema per reclamare il proprio posto nella storia.
Per oltre vent’anni abbiamo creduto che Kill Bill: Volume 1 e Kill Bill: Volume 2 fossero due film complementari. Non lo sono mai stati. Erano le due metà forzatamente separate di un unico organismo cinematografico. E vedere oggi Quentin Tarantino ricomporre il suo mosaico sanguinario significa assistere a qualcosa di rarissimo: un autore che riesce finalmente a mostrare il sogno prima del compromesso.
The Whole Bloody Affair non è un “extended cut”. Non è una semplice maratona. È una mutazione genetica. Le oltre quattro ore scorrono come un unico respiro febbrile, cancellando quella frattura tonale che aveva trasformato il primo capitolo in un’esplosione grindhouse orientale e il secondo in una malinconica cavalcata western. Qui tutto si fonde. Il kung-fu incontra Sergio Leone senza soluzione di continuità. Il chanbara danza con il melodramma. La vendetta diventa una lingua universale.
Ed è incredibile quanto cambi l’esperienza emotiva. Privato del cliffhanger costruito artificialmente per il pubblico del 2003, il racconto recupera una tensione più elegante, più crudele. Lo spettatore non viene più trascinato da una struttura episodica, ma precipita insieme a Beatrix Kiddo dentro un flusso ininterrotto di rabbia, lutto e redenzione. Non ci sono pause. Non esiste il “to be continued”. Esiste solo la marcia della Sposa verso l’inferno.
Poi arrivano le immagini che i fan hanno inseguito per anni come contrabbandieri di cinema. La battaglia alla Casa delle Foglie Blu esplode finalmente a colori, liberata dal bianco e nero imposto per evitare problemi di censura occidentale. E cambia tutto. Il sangue non è più un filtro stilizzato: è pittura lanciata sullo schermo. Le lame disegnano calligrafie rosse nell’aria. Ogni corpo che cade diventa parte di una coreografia furiosa e bellissima. Tarantino non nasconde più l’eccesso: lo celebra.
E in quella celebrazione si sente tutto l’amore ossessivo del regista per il cinema asiatico. Gli Shaw Brothers non sono più soltanto una citazione da nerd cinefilo impressa nei titoli iniziali: diventano il DNA stesso dell’opera. Ogni zoom improvviso, ogni posa teatrale, ogni duello sospeso tra realismo e astrazione richiama il wuxia hongkonghese e il jidai-geki giapponese. Bruce Lee aleggia ovunque, dalla tuta gialla ai movimenti della macchina da presa, mentre l’ombra di King Hu e Chang Cheh attraversa l’intero film come un fantasma elegante.
Eppure Tarantino non copia mai davvero. Cannibalizza. Assorbe. Trasforma. Lady Snowblood è lo scheletro narrativo di Kill Bill, ma The Whole Bloody Affair rende ancora più evidente quanto quell’influenza venga deformata e rilanciata verso qualcosa di nuovo. Lo stesso vale per Female Prisoner Scorpion, per il cinema yakuza degli anni Settanta, per gli anime ultraviolenti e persino per gli spaghetti western italiani. Tutto entra nel frullatore tarantiniano e ne esce amplificato, sporco, vivo.
Anche il segmento animato dedicato a O-Ren Ishii acquista finalmente il peso che meritava. I minuti aggiuntivi realizzati da Production I.G non sono semplice materiale extra: sono una discesa ancora più disturbante dentro il trauma del personaggio interpretato da Lucy Liu. Un piccolo film nel film, feroce e malinconico, che aggiunge profondità a un universo già traboccante di stile.
Ma il dettaglio più sorprendente è forse un altro: The Whole Bloody Affair rende Kill Bill meno “cool” e più tragico. Separati, i due volumi erano diventati icone pop immediate, perfette da consumare a frammenti: la sirena di Hattori Hanzo, la tuta gialla, gli 88 Folli, il fischio di Elle Driver. Uniti, invece, assumono il peso di una tragedia epica sulla maternità, sull’identità e sulla distruzione emotiva. La vendetta non è più soltanto spettacolo. Diventa una malattia che attraversa ogni fotogramma.
Ecco perché questa uscita cinematografica è molto più di un’operazione nostalgia. È un raro caso in cui il tempo non ha ingigantito inutilmente la leggenda: l’ha resa reale.
Dopo vent’anni di attesa, Kill Bill: The Whole Bloody Affair non arriva nelle sale come una semplice versione definitiva. Arriva come il film che avrebbe dovuto esistere fin dal principio. Un’opera smisurata, imperfetta, romantica, violentissima. Un fiume di cinema puro che travolge qualsiasi distinzione tra Oriente e Occidente, cultura alta e exploitation, citazione e reinvenzione.
Non è solo il ritorno di Kill Bill. È la resurrezione di un mito.
Ilaria Berlingeri