Diretto da Lee Sang-il, arriva al cinema il 30 aprile con Tucker Film
Nagasaki, anni Sessanta. Un palcoscenico kabuki si apre come una lama lucida: Kikuo, volto efebico e postura già sospesa tra due generi, interpreta un onnagata davanti al maestro Hanjiro. Fuori scena, la realtà si spezza senza chiedere permesso: il padre yakuza del ragazzo viene massacrato. Ma nel momento stesso in cui la violenza accade, non è più soltanto violenza. È già immagine, già gesto da interiorizzare. Lo sguardo del padre, rivolto al figlio nascosto, non chiede soccorso: chiede memoria teatrale.
Da quel punto in poi, nulla resta nella forma originaria. Kikuo viene sottratto alla sua origine criminale e consegnato a un’altra genealogia, quella dell’arte. Hanjiro, maestro venerato, lo prende sotto la propria protezione e lo introduce nel mondo del kabuki insieme al figlio Shunsuke. Non si tratta di una semplice adozione artistica: è un trapianto identitario. Due ragazzi crescono nello stesso spazio scenico, ma su linee di eredità divergenti che finiranno per sfiorarsi senza mai coincidere davvero.
Kokuho – Il maestro di kabuki si costruisce così come un lungo smontaggio della biografia tradizionale. Non segue una traiettoria, ma una serie di blocchi temporali che si aprono e si richiudono come quinte teatrali. Mezzo secolo di storia non diventa continuità, ma frammento: cambi di luce nei camerini, trucco che si sedimenta sui volti, corpi che invecchiano senza mai smettere di essere scena.
Il centro di tutto non è la narrazione, ma il corpo. Il kabuki non viene mai ridotto a folclore o ornamento estetico: è un dispositivo che consuma chi lo pratica. La macchina da presa si avvicina fino a cancellare la distanza di sicurezza tra spettatore e attore. Non c’è spettacolo “osservato”, ma fatica esposta: sudore che rompe il trucco, muscoli che tradiscono la forma, respirazione che incrina la perfezione del gesto. L’arte non è rappresentazione della vita: è la sua deformazione continua.
In questo sistema, il concetto stesso di identità diventa instabile. L’onnagata non interpreta un ruolo: lo incarna fino a dissolvervi la distinzione tra maschile e femminile, tra individuo e figura. Kikuo non “diventa” un artista. Diventa un’interfaccia estetica attraverso cui la tradizione si aggiorna e si ripete. Il titolo che lo attende, quello di “tesoro nazionale”, non è una consacrazione ma una fissazione: il corpo trasformato in patrimonio, quindi sottratto alla propria autonomia.
Accanto a lui, Shunsuke rappresenta l’altra metà di uno stesso sistema. Figlio legittimo del maestro, erede naturale di un nome, vive una forma di riconoscimento che non coincide con il talento. Il loro rapporto non si organizza come rivalità lineare, ma come oscillazione continua: ogni successo dell’uno riscrive la posizione dell’altro. Non c’è confronto diretto, ma un montaggio invisibile che li tiene in tensione costante.
La dimensione yakuza, inizialmente detonatore narrativo, viene progressivamente assorbita dalla logica del teatro. La violenza non interrompe il sistema: lo alimenta. Scompare come azione esplicita per ricomparire come disciplina, rigore, controllo del corpo. Il sangue non rompe la scena, la sigilla. Tutto ciò che appartiene al fuori campo criminale viene convertito in grammatica performativa.
La regia di Lee Sang-il rifiuta qualsiasi linearità emotiva. Il tempo è costruito per salti, per blocchi autonomi che non spiegano ma accumulano. Le ellissi non servono a semplificare, ma a produrre distanza: lo spettatore è costretto a ricomporre mentalmente ciò che non viene mostrato. In questa struttura frammentata, ciò che resta coerente non è la storia, ma la trasformazione dei corpi.
Il film insiste su un’idea radicale: non esiste vita al di fuori della rappresentazione. Ogni gesto è già visto, ogni azione è già interpretata. Il pubblico non è esterno, ma parte del dispositivo: sguardo che conferma l’esistenza stessa dei personaggi. L’identità non precede lo sguardo, lo segue.
Anche la dimensione più melodrammatica viene continuamente deviata. Il film attraversa decenni senza mai trasformarsi in epopea classica. L’ascesa e la caduta non sono poli narrativi, ma variazioni di uno stesso processo: la trasformazione dell’individuo in immagine pubblica. Il conflitto tra Kikuo e Shunsuke non produce risoluzione, ma stratificazione.
La forza del film sta nella sua capacità di tenere insieme monumentalità e decomposizione. Ogni scena teatrale è insieme celebrazione e logoramento. La bellezza non è mai stabile: è un evento che consuma il corpo che la produce. L’arte non salva, espone.
In questo equilibrio instabile, Kokuho diventa meno un racconto sul kabuki e più una teoria incarnata dello sguardo. Non mostra un mondo teatrale: mostra un mondo che ha già interiorizzato il teatro come forma primaria dell’esistenza. Restano solo ruoli, variazioni, riflessi. E un’unica, persistente domanda: cosa rimane dell’individuo quando tutto ciò che lo definisce è già stato trasformato in scena?
Ilaria Berlingeri