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In Europa nessuno sembra più responsabile di nulla. Le persone vengono sfrattate, i lavoratori sopravvivono nella precarietà, i nazionalismi rialzano la testa, le città si trasformano in vetrine per investitori e turisti. Tutto accade secondo procedure perfettamente legali. Tutto procede con efficienza. Tutto trova una giustificazione.
È da questa zona grigia che prende forma Kontinental ’25, uno dei film più lucidi e feroci di Radu Jude. Un’opera che parte da un suicidio per raccontare un’intera architettura sociale fondata sull’assoluzione permanente.
Quando un senzatetto viene allontanato dal rifugio abusivo che occupava nei sotterranei di un edificio destinato alla speculazione immobiliare, nessuno sembra realmente turbato dalla tragedia che segue. Nessuno tranne Orsolya, l’ufficiale giudiziario che ha eseguito lo sgombero e che da quel momento inizia una disperata ricerca di senso. Non cerca tanto il perdono quanto una risposta semplice a una domanda impossibile: chi è davvero colpevole?
Jude costruisce il film come una lunga traversata dentro il vuoto morale dell’Europa contemporanea. Orsolya incontra amici, colleghi, parenti, sacerdoti e conoscenti. Ognuno le offre spiegazioni razionali, rassicuranti, persino affettuose. Ognuno le ricorda che ha semplicemente fatto il proprio lavoro. E proprio qui emerge il nucleo più inquietante del film: il male non si manifesta attraverso mostri o tiranni, ma attraverso individui ordinari che rispettano le regole.
Il riferimento a Europa ’51 non è una citazione cinefila né un omaggio nostalgico. Jude dialoga apertamente con Rossellini per interrogare la stessa questione in un contesto storico radicalmente mutato. Se nel dopoguerra il dramma nasceva dall’incapacità della società di accogliere un’autentica tensione etica, oggi il problema sembra essere opposto: la coscienza sopravvive, ma è diventata impotente. Il senso di colpa esiste ancora, l’azione politica no.
Cluj-Napoca diventa così un laboratorio dell’Europa contemporanea. Una città attraversata da tensioni etniche, memoria storica, speculazione immobiliare e diseguaglianze economiche sempre più profonde. Rumeni e ungheresi continuano a rinfacciarsi il passato, mentre il presente produce nuove esclusioni e nuove marginalità. I poveri vengono compatiti soltanto quando smettono di essere visibili; i lavoratori precari vengono celebrati come simboli di modernità mentre restano intrappolati in un sistema che li consuma.
Come spesso accade nel cinema di Jude, la tragedia convive con il grottesco. I dialoghi oscillano continuamente tra profondità filosofica e assurdità quotidiana. Robot-poliziotti, dinosauri meccanici, conversazioni surreali e improvvise deviazioni comiche trasformano il film in una sorta di commedia dell’apocalisse. Si ride spesso, ma è una risata che lascia addosso un retrogusto amaro.
Particolarmente significativa è la scelta di girare con un iPhone e una troupe ridotta all’essenziale. Non si tratta di un semplice espediente produttivo, ma di una precisa dichiarazione di poetica. Jude rinuncia deliberatamente all’eleganza dell’immagine cinematografica tradizionale per aderire alla realtà con maggiore immediatezza. Le inquadrature diventano appunti visivi, frammenti raccolti nel flusso del presente, testimonianze di un mondo che cambia troppo rapidamente per essere cristallizzato.
Meno esplosivo di Sesso sfortunato o follie porno e meno anarchico di Do Not Expect Too Much From the End of the World, Kontinental ’25 colpisce attraverso la precisione. È un film che non urla mai, ma scava incessantemente sotto la superficie delle cose. Ogni dialogo aggiunge una crepa, ogni incontro allarga una frattura, ogni tentativo di trovare una soluzione finisce per rivelare l’esistenza di un problema più grande.
I dinosauri che popolano il film non sono soltanto una trovata visiva. Sono il simbolo di un continente fossilizzato nelle proprie contraddizioni, incapace di immaginare il futuro e sempre più attratto dalle nostalgie identitarie. Jude osserva queste macerie senza compiacimento e senza disperazione. Registra i sintomi, annota le patologie, lascia che siano le immagini a formulare la diagnosi.
Kontinental ’25 è cinema politico nel senso più alto del termine: non perché offra risposte, ma perché costringe a interrogarsi sulle domande che la società preferirebbe evitare. Un film rigoroso, ironico e profondamente contemporaneo che conferma Radu Jude come una delle voci più necessarie del cinema europeo di oggi.
Ilaria Berlingeri