Desiderio, potere e silenzi: dal 14 al 18 gennaio 2026 chiude la trilogia dedicata al Nobel per la Letteratura
Dal 14 al 18 gennaio 2026 il palcoscenico del Teatro India accoglie La chunga, testo di Mario Vargas Llosa scritto nel 1986, per la regia di Carlo Sciaccaluga. Lo spettacolo, coprodotto dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale e dal Teatro Stabile di Catania, rappresenta l’atto conclusivo della trilogia che il regista ha dedicato allo scrittore peruviano dopo I racconti della peste e Appuntamento a Londra.
In scena un cast corale e affiatato: Debora Bernardi interpreta la misteriosa Chunga, affiancata da Francesco Foti (Josefino), Giovanni Arezzo (Scimmia), Franz Cantalupo (Josè), Liborio Natali (Lituma) e Francesca Osso (Meche). Le scene sono firmate da Anna Varaldo, i costumi da Anna Verde e il disegno luci da Gaetano La Mela; le fotografie di scena sono di Antonio Parrinello.
Ispirata all’universo narrativo de La Casa Verde, la pièce è ambientata nel 1945 a Piura, in Perù, all’interno di un bar polveroso e fuori dal tempo. Qui Josefino, uno dei quattro amici protagonisti, perde una somma ingente ai dadi. Per saldare il debito, chiede denaro alla Chunga, enigmatica proprietaria del locale, offrendo in cambio Meche, la sua giovane e sensuale amante. Quella notte, trascorsa dalle due donne lontano dagli sguardi maschili, diventa il fulcro di un enigma irrisolto: anni dopo, gli uomini si ritrovano nello stesso bar e ciascuno ricostruisce a modo suo ciò che sarebbe accaduto. Meche, intanto, è scomparsa, lasciando dietro di sé solo ipotesi, fantasie e ossessioni.
Attraverso questa struttura frammentata, Vargas Llosa compone un ritratto spietato dell’immaginario maschile e del suo rapporto con il desiderio, il possesso e la violenza. Temi come l’omofobia, l’abuso e la sopraffazione delle donne emergono con forza, rivelando una drammatica attualità. Al centro dell’opera non c’è tanto l’eros in sé, quanto lo scontro tra due visioni del mondo – quella maschile e quella femminile – incapaci di incontrarsi davvero.
Le versioni contrastanti fornite dai quattro uomini disegnano un universo maschile instabile e contraddittorio: da un lato il bisogno di dominio, dall’altro una devozione quasi idolatrica verso il femminile, che però non riconosce mai come soggetto autonomo. La donna diventa così proiezione, mito, minaccia.
Come sottolinea il regista Carlo Sciaccaluga, nella pièce riaffiora una dicotomia profonda e irrisolta della nostra cultura: quella tra donna-amante e donna-madre, deformata in una dimensione onirica e inquietante, quasi da incubo. In questo mondo costruito sullo sguardo maschile, l’unica possibile via di fuga per la donna sembra essere il silenzio. Ma in La chunga quel silenzio si trasforma in gesto, in scelta radicale: una sottrazione che può essere letta come difesa, come affermazione di sé o come vendetta muta.
Con questo spettacolo Sciaccaluga restituisce tutta la complessità e l’ambiguità di un testo emblematico di Vargas Llosa, affidando al teatro il compito di interrogare ancora una volta il pubblico su desiderio, potere e responsabilità dello sguardo.
Alberto Leali