Premiato ai César 2026 per l’interpretazione di Laurent Lafitte come migliore attore, il film apre il Rendez-Vous – Festival del Nuovo Cinema Francese 2026 e arriva al cinema dal 16 aprile con Europictures
Con La donna più ricca del mondo, Thierry Klifa mette in scena un melodramma scintillante e velenoso che trasforma uno dei più clamorosi scandali francesi in una farsa elegante, cinica e volutamente sopra le righe. Ispirato alla vicenda reale di Liliane Bettencourt, il film non cerca la verità giudiziaria, ma il piacere ambiguo del teatro borghese, dove ogni gesto è potere e ogni relazione è una transazione.
Al centro c’è Marianne Farrère, incarnata da una magnetica Isabelle Huppert, che non interpreta semplicemente una donna ricchissima: la trasfigura. La sua Marianne è una creatura sospesa, quasi irreale, imprigionata in una dimensione dove il denaro ha sostituito qualsiasi forma autentica di contatto umano. Huppert gioca con l’eccesso, sfiora il grottesco e poi, all’improvviso, lascia emergere una fragilità disarmante.
A destabilizzare questo fragile equilibrio arriva Pierre-Alain Fantin, un Laurent Lafitte in stato di grazia. Il suo personaggio è un dandy opportunista, seduttivo e predatorio, che si muove con leggerezza tra manipolazione e desiderio. Lafitte si diverte, esagera, seduce lo spettatore proprio come fa con Marianne, diventando il vero motore narrativo del film. Il loro rapporto è un gioco perverso di dominio e dipendenza, dove vittima e carnefice si confondono continuamente.
Klifa sceglie consapevolmente di non affondare nel dramma psicologico puro. Preferisce una narrazione che sfiora la satira, costruendo un universo artificiale, quasi da vaudeville, fatto di interni lussuosi, segreti sussurrati e tensioni familiari pronte a esplodere. La guerra tra Marianne e la figlia, interpretata da Marina Foïs, aggiunge un ulteriore livello di conflitto: non solo economico, ma emotivo, quasi primordiale.
Il risultato è un’opera che rinuncia all’empatia per abbracciare l’ironia. Non chiede allo spettatore di compatire i suoi protagonisti, ma di osservarli come in un esperimento sociale: ultra-ricchi incapaci di amare, se non attraverso il possesso. In questo senso, il film richiama certe atmosfere del cinema di Claude Chabrol, dove la borghesia viene dissezionata con precisione chirurgica e un sottile piacere sadico.
Più che un’inchiesta o un biopic mascherato, La donna più ricca del mondo è uno spettacolo. Una rappresentazione volutamente esagerata di un mondo in cui tutto ha un prezzo, anche i sentimenti. E dove, alla fine, la domanda non è chi stia manipolando chi, ma quanto si sia disposti a pagare per sentirsi, anche solo per un attimo, meno soli.
Ilaria Berlingeri