Al cinema dal 12 agosto con Warner Bros. Pictures
Esiste una categoria cinematografica non ufficiale, ma da sempre comodissima per assolvere film che altrimenti meriterebbero un processo: il cinema d’agosto. È quella terra di nessuno dove tutto è più perdonabile. Come il calcio estivo: le gambe sono pesanti, la preparazione non è finita, fa caldo, e quindi, amici, che pretendete?
Con La fine di Oak Street la tentazione di applicare lo stesso criterio è fortissima. Un film estivo, per famiglie, con Ewan McGregor, Anne Hathaway e persino dinosauri con le piume: sulla carta, sarebbe potuta essere una buona idea. Anzi, sembrava quasi una buona idea. E invece no.
Scritto, coprodotto e diretto da David Robert Mitchell, il regista di It Follows, La fine di Oak Street prende un immaginario che sembra uscito da un cassetto degli anni Novanta — Jurassic Park da una parte, Jumanji dall’altra, una spolverata di fantascienza familiare e un bel tramonto suburbano — e lo trasforma in qualcosa di sorprendentemente indigesto.
E io, sia chiaro, i film con i dinosauri li adoro. Il problema non sono quindi i dinosauri. Il problema è tutto quello che succede quando smettono di essere inquadrati.
Mitchell torna nel Michigan delle villette ordinate, dei barbecue, delle biciclette, dei vialetti, delle piscine e delle famiglie americane che sembrano funzionare soltanto nelle pubblicità del detersivo. Un mondo che appartiene naturalmente alla sua poetica. Fin dai tempi di The Myth of the American Sleepover, passando per l’inarrivabile It Follows e arrivando all’incompreso Under the Silver Lake, il regista ha sempre raccontato una realtà apparentemente normale ma percorsa da una vibrazione storta, da qualcosa che non torna.
Solo che stavolta quella vibrazione è stata praticamente spenta. Il quartiere di Oak Street viene catapultato in una dimensione preistorica e la famiglia Platt si ritrova a dover sopravvivere tra T-Rex piumati, bestioni giganteschi e altri simpatici abitanti di un altrove che, per qualche ragione, ha deciso di trasferirsi proprio nel loro giardino.
L’idea di base è persino efficace. È il tipo di premessa che potrebbe sostenere un’avventura spettacolare, divertente e malinconica insieme. Una storia di famiglia, paura e sopravvivenza dentro un mondo improvvisamente diventato altro. E soprattutto avrebbe potuto essere il terreno perfetto per il Mitchell che conosciamo: quello capace di trasformare uno spazio quotidiano in qualcosa di minaccioso semplicemente modificando un’inquadratura.
Invece il film sembra continuamente chiedersi: “Come lo avrebbe fatto Spielberg?”. E poi procedere diligentemente a copiarlo. C’è la luce dell’evento inspiegabile, c’è il quartiere americano congelato in una nostalgia anni Ottanta, ci sono i bambini, il cane, la famiglia in crisi, le creature preistoriche, l’avventura per tutti. Perfino la grammatica visiva sembra ammiccare continuamente a quel cinema lì. Il problema è che Spielberg utilizzava la meraviglia per parlare di qualcosa; qui la meraviglia sembra soprattutto un prodotto da scaffale.
Mitchell, per la prima volta, costruisce un film immediatamente decifrabile. Nessun enigma percettivo, nessuna paranoia che nasca dall’immagine, nessuna sensazione che sia la regia stessa a suggerirci che il mondo sia leggermente fuori asse. In It Follows l’alieno era, in qualche modo, lo sguardo. Qui l’alieno è il dinosauro. E tra le due cose c’è una differenza enorme.
Anche perché la vera catastrofe de La fine di Oak Street è la scrittura. A tratti viene spontaneo pensare che la sceneggiatura sia stata affidata direttamente a Starbuck, il cane della famiglia. I personaggi, infatti, sono macchiette che entrano ed escono dalla storia portandosi dietro conflitti prefabbricati e linee narrative che sembrano aggiunte perché qualcuno, da qualche parte, ha stabilito che dovessero esserci. La componente queer, per esempio, appare inserita senza una reale necessità drammaturgica, come una casella da spuntare più che come un elemento capace di modificare o arricchire la storia. In mezzo alla guerra privata della famiglia contro T-Rex piumati e giganteschi rettili, due ragazzine vengono praticamente inglobate nel gruppo e tutto procede con la naturalezza di un modulo aggiuntivo installato a metà film.
Poi arrivano gli spiegoni. Tanti, ordinati, didascalici. Spiegazioni che chiariscono alcune cose, ne lasciano altre per strada e soprattutto eliminano quel senso di mistero che sarebbe stato il minimo sindacale per un film del genere.
E allora uno pensa: va bene, pazienza. Ci sono Anne Hathaway ed Ewan McGregor. Che cosa potrebbe andare storto? Tutto, evidentemente, se anche i loro personaggi sono scritti male.
Anne Hathaway fa quello che può, ma la sua Denise è la donna risolta, creativa, piena di progetti, frustrata da un marito che non sembra avere ambizioni. McGregor invece interpreta Greg, il padre buono, conciliante, tenero, ma anche clamorosamente inetto. Un fallito professionale che consegna pizze mentre lei aspira a una vita più piena. La dinamica di coppia viene servita senza particolare sottigliezza, come se bastasse assegnare a uno il ruolo del perdente e all’altra quello della donna realizzata per ottenere automaticamente un conflitto.
È un peccato, perché dietro questa operazione industriale da 85 milioni di dollari si intravede ancora qualcosa del Mitchell che conosciamo. La macchina da presa continua a muoversi con attenzione, i grandangoli costruiscono profondità, i personaggi vengono spesso collocati su piani differenti della stessa immagine. Mike Gioulakis, direttore della fotografia che accompagna Mitchell dai tempi di It Follows, sa perfettamente come rendere sospetto uno spazio apparentemente innocuo.
Ma qui la composizione sembra quasi la citazione di una vecchia firma. Il film avrebbe potuto essere un curioso incontro tra l’autore di It Follows e il cinema spielberghiano. È diventato invece un film che sembra chiedere continuamente il permesso di essere un film di famiglia, salvo poi inserire qua e là qualche momento più crudo per ricordarci che, ehi, dietro la macchina da presa c’è David Robert Mitchell!
Il risultato è un giocattolone estivo non completamente disastroso, ma tremendamente dimenticabile. La parte centrale si trascina in una sequenza di attacchi di animali preistorici che finiscono per assomigliarsi tutti, mentre la spiegazione finale sembra arrivare da un’altra sceneggiatura, quella più economica e sbrigativa.
Eppure, paradossalmente, il film potrebbe funzionare proprio in sala. IMAX, dinosauri giganteschi, bambini, popcorn, Coca-Cola, aria condizionata: gli ingredienti per una serata estiva ci sono tutti.
Andrà bene al cinema? Andrà bene in streaming? Chi può dirlo. Probabilmente qualcuno lo definirà già una piccola pietra miliare del nuovo cinema per famiglie nell’epoca dell’IMAX. Magari qualche influencer vi convincerà che siamo davanti al futuro dell’intrattenimento familiare e voi finirete in sala con i vostri figli, un bidone da dodici euro di popcorn e un litro di Coca-Cola.
Ma il punto non è pretendere un capolavoro da ogni film estivo. Il punto è che David Robert Mitchell ci aveva abituati a chiedere qualcosa in più al cinema di genere. Aveva dimostrato che si poteva prendere un horror apparentemente semplice e trasformarlo in un’esperienza percettiva, inquietante, duratura. Qui invece prende un immaginario già pronto, lo lucida, lo impacchetta e lo consegna al pubblico.
È un film che non pretende molto da noi e, forse proprio per questo, non lascia molto. Per un film d’agosto può anche bastare. Per David Robert Mitchell, francamente, no. Perché It Follows ci aveva insegnato che, dietro la normalità, c’è sempre qualcosa che cammina verso di noi. Qui, invece, non segue niente. Nemmeno il talento del suo regista.
Alessandra Broglia