Finanza, potere e cinismo contemporaneo per la regia di Guglielmo Ferro e con protagonisti Massimo Venturiello e Maurizio Micheli
Cosa accadrebbe se la Firenze rinascimentale di Niccolò Machiavelli si trasformasse in un freddo grattacielo di vetro, abitato da manager senza scrupoli e consulenti etici pronti a giustificare qualsiasi scelta? La risposta arriva dal palcoscenico del Teatro Quirino, dove prende vita una nuova, audace versione de La Mandragola, diretta da Guglielmo Ferro.
A guidare il cast sono Massimo Venturiello, affiancato dalla partecipazione di Maurizio Micheli, insieme a un ensemble che restituisce tutta la complessità di una commedia che, a distanza di secoli, continua a parlare con inquietante precisione del presente.
Qui, la celebre storia machiavelliana abbandona i costumi d’epoca per immergersi in una realtà dominata da finanza, profitto e apparenza. La scena si fa essenziale e simbolica: pannelli trasparenti, luci al neon e schermi che proiettano grafici e breaking news costruiscono un ambiente asettico e iperconnesso. È una “City globale” dove tutto sembra visibile, ma nulla è davvero comprensibile.
I personaggi si muovono in questo spazio verticale e disumanizzato come pedine di un sistema spietato. Callimaco non è più il giovane innamorato, ma un manager brillante e amorale, per cui l’inganno rappresenta una competenza chiave. Messer Nicia diventa un CEO anziano, ossessionato dall’eredità e dalla reputazione, figura tanto ridicola quanto tragica, simbolo di un potere ormai svuotato.
Al centro, Lucrezia emerge come una donna lucida e consapevole: non vittima, ma stratega. La sua scelta finale non è resa, bensì adattamento intelligente a un sistema che premia chi sa giocare secondo regole spietate. Ancora più inquietante è Fra Timoteo, trasformato in un consulente etico mediatico: un abile manipolatore che usa il linguaggio della morale per legittimare qualsiasi compromesso.
E poi c’è Ligurio, il vero regista occulto della vicenda: faccendiere, lobbista, intermediario. È lui a muovere i fili, incarnando perfettamente il principio che il fine giustifica i mezzi, senza mai esporsi davvero.
In questa rilettura, La Mandragola resta una commedia, ma il riso si fa amaro. Il pubblico ride, sì, ma riconoscendo dinamiche fin troppo familiari: relazioni ridotte a transazioni, valori piegati all’interesse, morale svuotata e riutilizzata come linguaggio persuasivo.
Il lieto fine, lontano da ogni riconciliazione, diventa così la consacrazione di un sistema dove a vincere non è il più giusto, ma il più spregiudicato.
Una messinscena potente e attuale che dimostra come Machiavelli, oggi più che mai, sappia ancora raccontarci.
Carla Curatoli