Al cinema dal 5 marzo distribuito da Europictures
Con La mattina scrivo, Valérie Donzelli affronta uno dei nodi più scomodi della contemporaneità: che cosa significa scegliere la vocazione quando il mondo intorno misura tutto in termini di produttività e rendimento? Il film, premiato per la sceneggiatura alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, prende le mosse dal memoir di Franck Courtès e lo trasforma in un racconto asciutto, quasi pudico, che rifugge tanto il melodramma quanto la retorica dell’artista maledetto.
Il protagonista, Paul Marquet, ha quarantadue anni e una decisione alle spalle che pesa come un macigno: lasciare la fotografia per dedicarsi alla scrittura. Un gesto che potrebbe sembrare romantico, ma che Donzelli mette in scena come una frattura netta, un taglio nel tessuto rassicurante della vita borghese. Dopo tre libri accolti con rispetto ma senza clamore, Paul si trova a fare i conti con la realtà materiale dell’esistenza: bollette, affitto, figli lontani. La moglie si trasferisce in Canada con i bambini; lui resta a Parigi, in un seminterrato, e si iscrive a un’app di lavori occasionali dove vince chi si svende di più.
Il film si muove allora su un doppio binario. Da una parte osserva il corpo di Paul – interpretato con intensità trattenuta da Bastien Bouillon – mentre affronta mansioni che lo sovrastano: traslochi, giardinaggio, commissioni malpagate. È un corpo fuori posto, quasi inadatto, che si piega però alle regole di un mercato impersonale fatto di recensioni, punteggi e ribassi continui. Dall’altra parte segue il lavorio silenzioso della scrittura, che occupa le mattine e le notti, lenta, incerta, ostinata.
Donzelli non cerca scorciatoie consolatorie. La povertà non viene mai romanticizzata; la solitudine non è un rito di passaggio poetico ma una condizione concreta, che consuma. Eppure, dentro questa discesa, resta un nucleo di necessità: scrivere non è un capriccio, è una forma di sopravvivenza interiore. Il film suggerisce che ignorare quella spinta può essere altrettanto pericoloso che assecondarla.
C’è anche una riflessione lucida sull’industria culturale. “Finire un testo non significa essere pubblicati…” dice Paul in uno dei passaggi più significativi, smontando la catena illusoria che lega creazione, riconoscimento e successo. La casa editrice è la stessa del libro di Courtès, la storica Gallimard, presenza discreta ma simbolica di un sistema che legittima senza garantire stabilità. Pubblicare non equivale a vivere del proprio lavoro; il talento, da solo, non paga l’affitto.
In controluce si intravede anche un discorso più ampio sul lavoro contemporaneo. Le piattaforme digitali che regolano l’offerta e la domanda trasformano ogni competenza in merce intercambiabile. L’asta al ribasso diventa la norma, e la dignità si misura in stelle e commenti. Donzelli guarda a questo universo con uno sguardo che richiama certo cinema sociale europeo – viene in mente Ken Loach – ma senza adottarne del tutto il rigore programmatico. Il suo stile resta personale, a tratti quasi allucinato: i ricordi delle giornate di lavoro si mescolano alle annotazioni notturne, la grana dell’immagine cambia, come se la realtà fosse filtrata attraverso la scrittura stessa.
Ciò che rende il film particolarmente riuscito è la scelta di non trasformare la crisi in parabola edificante. Non c’è un vero riscatto, né una punizione esemplare. C’è piuttosto un attraversamento: una via crucis laica in cui l’artista si spoglia delle sicurezze accumulate per capire se la propria identità resista alla prova dell’indigenza. In questo senso, La mattina scrivo parla tanto agli scrittori quanto a chiunque abbia percepito la distanza tra ciò che fa e ciò che sente di essere.
Nel finale, una telefonata con il figlio incrina la corazza di Paul e restituisce al racconto una dimensione intima, quasi lancinante. È lì che il film trova la sua misura più autentica: non nella denuncia sociale, pur presente, ma nella domanda silenziosa che lo attraversa dall’inizio alla fine. Vale la pena pagare un prezzo così alto per restare fedeli a se stessi?
Donzelli non offre risposte definitive. Si limita a restare accanto al suo personaggio, con delicatezza e fermezza, fotografando un presente in cui la libertà non è un diritto acquisito ma un rischio quotidiano. E forse è proprio questa sospensione, questo rifiuto della retorica, a rendere il film necessario.
Giancarlo Giove