Premiato come miglior film alla Festa del cinema di Roma, arriva nelle nostre sale dal 22 dicembre con I Wonder Pictures
Shih-Ching Tsou ci regala con Una famiglia a Taipei un racconto delicato e al tempo stesso incisivo della vita quotidiana nella capitale taiwanese, osservata dalla prospettiva di una bambina di cinque anni. La città, vibrante e caotica, diventa un caleidoscopio di luci al neon, mercati affollati e corridoi di fuga, un mondo che sembra oscillare tra magia e durezza, catturato dalla macchina da presa a livello della piccola I-Jing. La regista utilizza l’altezza e lo sguardo della protagonista come lente per ricomporre lo spazio urbano, rendendo il film un’esperienza immersiva che trasporta lo spettatore direttamente tra le bancarelle e i vicoli di Taipei.
Al centro della storia c’è I-Jing, una bambina mancina a cui il nonno superstizioso ha insegnato che la mano sinistra è “del diavolo”. Questo divieto, quasi antropologico, diventa per I-Jing uno strumento di libertà e ribellione: con la mano sinistra ruba braccialetti al mercato e, metaforicamente, esplora la città in modo unico, filtrata dalla sua innocenza e curiosità. La sorella maggiore I-Ann e la madre Shu-fen, lasciata dal marito e alle prese con debiti e difficoltà quotidiane, completano il quadro di una famiglia sospesa tra affetto, fragilità e tensioni economiche. I-Ann lavora segretamente come betel nut girl, tra luci al neon e desideri contraddittori, mentre Shu-fen cerca di gestire una realtà sempre più sfuggente.
Chi ha familiarità con il cinema di Sean Baker (Anora) riconoscerà nel ritmo indiavolato, nel realismo degli ambienti e nell’attenzione ai dettagli quotidiani una parentela estetica evidente. Baker, qui in veste di co-sceneggiatore e montatore, contribuisce a un montaggio che pulsa come un cuore: tagli rapidi, micro-azioni, sequenze in soggettiva che trasformano ogni gesto in esperienza sensoriale. La regia di Tsou, pur debitrice a Baker, non si limita a replicarne lo stile; aggiunge una tenerezza osservativa che stempera il grigiore sociale e illumina i legami tra i personaggi.
L’umanità del film emerge anche dai dettagli più minuti: vicini di banco, mercati notturni, interazioni quotidiane diventano specchio di un tessuto sociale complesso, dove debito, affetto e rancore si intrecciano. La città stessa diventa protagonista: gli scooter che sfrecciano tra i vicoli, le bancarelle illuminate e i neon delle strade notturne non sono solo sfondo, ma linguaggio visivo attraverso cui lo spettatore percepisce precarietà e vitalità. L’uso intelligente dell’iPhone come strumento narrativo rafforza questo realismo contemporaneo, integrandosi con la sintassi visiva del film.
Il cast è eccezionale. Nina Ye, nel ruolo di I-Jing, cattura perfettamente le sfumature della bambina tra innocenza e astuzia, entusiasmo e paura, mentre la macchina da presa segue il suo sguardo in modo quasi empatico. I personaggi adulti, da Shu-fen a I-Ann, incarnano con autenticità le tensioni della vita reale, tra sopravvivenza economica e responsabilità familiari. Tsou riesce a rendere credibile la commedia sociale senza sacrificare profondità emotiva: ogni gesto, ogni sguardo, è misurato e pieno di vita.
Se il film talvolta può apparire prevedibile nel dipanarsi della trama, è proprio la sincerità e la nitidezza dello sguardo di Tsou a renderlo speciale. La regista non cerca colpi di scena artificiosi, ma lascia che la vita dei personaggi si riveli attraverso piccoli momenti di umorismo, scoperta e conflitto, culminando in scene di grande intensità emotiva, dove le tensioni familiari esplodono e l’amore, la colpa e la responsabilità si intrecciano in modo commovente.
La mia famiglia a Taipei è un’opera di grande sensibilità, capace di fondere realismo urbano, delicatezza infantile e osservazione sociale in un racconto coerente e avvincente. Tsou mostra una maestria rara nel combinare una storia intima con l’energia caotica della città, regalando un’esperienza cinematografica che resta impressa: Taipei come specchio dei margini, infanzia come misura del mondo e la luce nascosta dei legami familiari che emerge a ogni inquadratura.
Paola Canali