Premio del pubblico all’Annecy Festival
e Premio per il miglior film europeo al
San Sebastián Film Festival, arriva al cinema il 1º gennaio con Lucky Red
Uno stato primordiale che non è ancora vita, ma pura sospensione: un’esistenza immobile, autosufficiente, senza desiderio né linguaggio. È da qui che nasce il racconto de La piccola Amélie, film d’animazione che trasforma l’infanzia in un territorio filosofico, ironico e sorprendentemente concreto. La protagonista, minuscola e onnipotente nella sua immobilità, osserva il mondo senza davvero farne parte, come se tutto le scorresse accanto senza lasciare traccia.
Il passaggio decisivo avviene in modo tanto banale quanto rivoluzionario: l’assaggio di un cioccolato bianco. Da quel momento il film mette in scena una vera e propria “accensione” dell’essere. Il gusto diventa conoscenza, la curiosità prende il posto dell’apatia, la memoria comincia a stratificarsi. Non è un semplice risveglio sensoriale, ma l’ingresso in una dimensione emotiva che comporta gioia, stupore e, inevitabilmente, dolore.
Pur partendo dall’autobiografia atipica di Amélie Nothomb, l’opera prima di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han sceglie una strada autonoma, concentrandosi esclusivamente sui primissimi anni di vita e rinunciando allo sguardo retrospettivo dell’adulta. Questa decisione rafforza la coerenza del punto di vista: tutto è filtrato attraverso la percezione della bambina, che interpreta il mondo con una logica personale, assoluta, spesso spiazzante. Il risultato è un racconto che non spiega, ma mostra; non giudica, ma osserva.
Il Giappone in cui Amélie cresce non è tanto un luogo realistico quanto uno spazio mentale, un giardino-labirinto in cui ogni elemento può trasformarsi in scoperta o minaccia. La relazione più intensa è quella con la giovane tata Nishio-san, figura affettiva centrale che incarna la possibilità di un legame autentico e non mediato. Attraverso di lei, il film parla di appartenenza, di identità e di confini culturali senza mai appesantirsi di discorsi espliciti. Anche il conflitto con il mondo adulto – rappresentato da chi vorrebbe escludere la bambina dai rituali locali perché “straniera” – rimane sottotraccia, affidato a gesti, sguardi, silenzi.
Visivamente, l’opera sceglie un’animazione lontana dal naturalismo: colori saturi, forme morbide, prospettive volutamente instabili. È un mondo che sembra disegnato dalla memoria più che dall’osservazione diretta, dove tutto appare leggermente deformato, come accade nei ricordi più antichi. Il character design della protagonista, con occhi enormi e un’espressività quasi eccessiva, traduce in immagini lo humour secco e paradossale che caratterizza la scrittura della Nothomb.
La narrazione procede con chiarezza, senza colpi di scena forzati, seguendo un ritmo che rispecchia quello della crescita: lento, discontinuo, fatto di piccole epifanie. La presenza della perdita e della morte si avverte fin dall’inizio, ma viene affrontata con una delicatezza che non semplifica né drammatizza. È una consapevolezza che arriva per gradi, come tutto in questo film, e che segna il definitivo abbandono di quell’illusione iniziale di invulnerabilità.
Se da un lato La piccola Amélie parla anche ai bambini, dall’altro è evidente che trova la sua risonanza più profonda nello sguardo adulto. La nostalgia non è mai compiacimento, ma strumento di riflessione: ciò che si perde crescendo non è solo l’innocenza, bensì quella capacità di attribuire senso assoluto a ogni esperienza.
Candidato agli European Film Awards (EFA) per miglior film e miglior film d’animazione, La piccola Amélie si inserisce con naturalezza nel panorama dell’animazione francese più autoriale, dimostrando come sia possibile coniugare accessibilità e ricerca visiva, semplicità narrativa e densità emotiva. Senza proclami e senza retorica, il film racconta una verità essenziale: vivere significa lasciare tracce, accettare che qualcosa resti impresso, anche a costo di ferire. Perché solo i “tubi”, ci suggerisce Amélie, attraversano il mondo senza che nulla rimanga. E non sono davvero vivi.
Ilaria Berlingeri