La protagonista Nadia Melliti ha vinto il premio come Miglior Attrice a Cannes 2025 e il César 2026 come Miglior Attrice Emergente. Al cinema dal 23 aprile con Fandango
Con La più piccola, Hafsia Herzi firma un racconto di formazione intimo e inquieto, che si muove sul crinale fragile tra identità, fede e desiderio. Ispirato all’opera autobiografica di Fatima Daas, il film segue la giovane Fatima, cresciuta nella periferia parigina dentro una famiglia musulmana di origine algerina, mentre prova a dare un nome alle proprie contraddizioni.
Non è solo la storia di una scoperta sessuale, ma quella di una tensione continua: tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere. Fatima ama Dio, ma ama anche le donne. Frequenta la moschea e, allo stesso tempo, si lascia trascinare nei club notturni, nei primi appuntamenti, negli errori inevitabili della giovinezza. Herzi evita ogni semplificazione e costruisce un personaggio che non cerca risposte facili, ma attraversa il conflitto con una sincerità quasi disarmante.
Al centro c’è un corpo – quello di Fatima – che diventa campo di battaglia e luogo di resistenza. La regia lo osserva con pudore, senza indulgere nel voyeurismo né nel melodramma, lasciando emergere emozioni trattenute: uno sguardo che si abbassa, una parola non detta, una distanza che si allarga tra lei e la famiglia. In questo senso, l’interpretazione di Nadia Melliti è sorprendente: essenziale, intensa, capace di restituire tutta la complessità di una ragazza che non vuole scegliere tra le parti di sé.
Il film si inserisce inevitabilmente nella scia del coming-of-age contemporaneo, evocando per atmosfere e sensibilità opere come La vita di Adele di Abdellatif Kechiche, ma trova una propria voce nella misura e nella delicatezza con cui racconta il conflitto interiore. Dove altri film cercano lo scontro, La più piccola preferisce il silenzio, lo spazio sospeso, l’ambiguità.
Herzi non trasforma mai la storia in un manifesto politico: non ci sono discorsi programmatici né soluzioni definitive. Al contrario, il film rivendica il diritto a restare incompleti, a non risolversi. Fatima non arriva a una sintesi, ma a una forma di consapevolezza ancora instabile, che somiglia molto di più alla vita reale che al cinema.
Visivamente sobrio, quasi trattenuto, il film accompagna la protagonista dalle case popolari alle aule universitarie, restituendo una Parigi vissuta più che mostrata, fatta di incontri, fughe e piccoli gesti quotidiani. È proprio in questa apparente semplicità che si nasconde la sua forza: nel raccontare senza giudicare, nel lasciare spazio alle contraddizioni senza volerle ordinare.
La più piccola è un’opera che non urla, ma resta. Un racconto delicato e imperfetto, come la sua protagonista, che trova la sua verità proprio nel rifiuto di essere incasellato. Non tutto convince fino in fondo, e a tratti il film sembra sfiorare territori già battuti, ma la sua onestà emotiva e la sensibilità dello sguardo lo rendono una prova registica da tenere d’occhio.
Paola Canali