Al cinema dal 5 marzo con Warner Bros. Pictures
A quasi novant’anni dal film che ne fissò per sempre l’immagine nell’immaginario collettivo, la Sposa di Frankenstein torna sul grande schermo con una versione sorprendentemente eccentrica. Con La Sposa!, la regista Maggie Gyllenhaal sceglie di non limitarsi a un semplice omaggio al cinema horror classico, ma tenta una reinvenzione radicale del mito nato dal romanzo di Mary Shelley. Il risultato è un’opera volutamente irregolare, un ibrido che attraversa melodramma, noir, musical e tragedia romantica senza mai stabilizzarsi davvero in un unico registro.
Nel romanzo Frankenstein; or, The Modern Prometheus, la compagna del mostro rimane un progetto incompiuto: un corpo che Victor Frankenstein decide di distruggere prima ancora di darle vita. È proprio questo vuoto narrativo che il cinema ha spesso cercato di colmare. La prima incarnazione memorabile arrivò nel 1935 con Bride of Frankenstein di James Whale, dove Elsa Lanchester trasformò una brevissima apparizione in un’icona immortale.
Da allora la Sposa ha smesso di essere soltanto una figura dell’horror gotico per diventare un simbolo più ampio: un personaggio costruito dagli altri, ma capace di sottrarsi al destino che le è stato imposto. È proprio su questa dimensione metaforica che si innesta la rilettura di Gyllenhaal.
Il film introduce subito un elemento narrativo insolito: la stessa Mary Shelley entra nella storia come presenza spettrale, quasi un demone narratore che osserva la creatura mai completata della propria immaginazione. Quando una giovane donna legata alla criminalità della Chicago degli anni Trenta muore violentemente, il mostro di Frankenstein — qui chiamato Frank — decide finalmente di realizzare il suo desiderio di compagnia.
Interpretato da Christian Bale, Frank è una creatura segnata da oltre un secolo di solitudine. Non è dominato dalla rabbia ma da una malinconia quasi infantile. Con l’aiuto di una brillante scienziata, riporta in vita il corpo della donna assassinata, dando finalmente forma alla Sposa.
A incarnarla è Jessie Buckley, che costruisce un personaggio imprevedibile e stratificato. La nuova creatura non è un essere docile o terrorizzato: è attraversata da identità contrastanti — la donna che era stata, la creatura appena nata e la voce della stessa Mary Shelley che sembra parlare attraverso di lei. Ne emerge una figura instabile, capace di passare dall’innocenza alla furia nel giro di pochi istanti.
Il rapporto tra Frank e la Sposa diventa il centro emotivo del film. Lui desidera semplicemente non essere più solo; lei rifiuta qualsiasi ruolo prestabilito. Quando la coppia si ritrova coinvolta in una serie di omicidi ai danni di uomini violenti e corrotti, la storia assume i contorni di un road movie criminale. I due protagonisti attraversano l’America lasciando dietro di sé caos e distruzione, trasformandosi in una versione gotica e deformata della coppia di Bonnie Parker e Clyde Barrow.
Il loro viaggio è seguito da un detective interpretato da Peter Sarsgaard e dalla sua partner investigativa interpretata da Penélope Cruz, mentre la storia continua a mutare tono e atmosfera.
Uno degli aspetti più curiosi del film è il rapporto tra il mostro e il cinema. Frank trascorre gran parte del suo tempo nelle sale cinematografiche, dove si rifugia per osservare un mondo elegante e irraggiungibile. Idolatra una star dei musical interpretata da Jake Gyllenhaal, evidente omaggio allo stile di Fred Astaire e all’epoca d’oro dei musical hollywoodiani.
Questa passione si traduce in sequenze musicali che interrompono improvvisamente il tono noir del racconto. Il risultato è una miscela tonale volutamente instabile che ricorda l’azzardo narrativo di Joker: Folie à Deux, dove dramma oscuro e spettacolo musicale convivono nello stesso spazio.
Visivamente il film costruisce una Chicago notturna e stilizzata, fatta di locali fumosi, luci al neon e strade bagnate dalla pioggia. I costumi elaborati e la fotografia teatrale trasformano la protagonista in una figura quasi iconografica, mentre la colonna sonora di Hildur Guðnadóttir contribuisce a dare alla storia un respiro epico e malinconico.
Sotto la superficie eccentrica del film si muove un tema piuttosto chiaro: la Sposa non è più una creatura costruita per soddisfare il desiderio del mostro, ma una figura che rivendica la propria autonomia. La sua violenza nasce come risposta agli abusi subiti, trasformando la resurrezione in un gesto di ribellione.
In questo senso il film dialoga apertamente con le discussioni contemporanee sull’identità e sull’autodeterminazione, rielaborando il mito di Frankenstein attraverso una prospettiva femminile.
Tuttavia proprio l’ambizione del progetto finisce per diventare anche il suo limite principale. La Sposa! accumula idee, citazioni e registri stilistici diversi senza sempre riuscire a organizzarli in una struttura narrativa davvero compatta. Alcuni personaggi restano appena abbozzati e la storia procede spesso per episodi più che per una progressione drammatica coerente.
Nonostante questo, il film mantiene una forza magnetica grazie soprattutto alle interpretazioni. Jessie Buckley affronta un ruolo complesso con una libertà sorprendente, mentre Christian Bale restituisce al mostro una fragilità profondamente umana.
Alla fine La Sposa! appare come un oggetto cinematografico anomalo: imperfetto, eccessivo, ma pieno di energia creativa. In un’epoca in cui molte riletture dei classici preferiscono la prudenza, Maggie Gyllenhaal sceglie la strada opposta, quella della reinvenzione radicale.
Non tutte le sue intuizioni funzionano, ma il tentativo di trasformare la compagna del mostro da figura silenziosa a protagonista ribelle lascia comunque un segno. Ne nasce un film caotico e provocatorio, che forse non mantiene tutte le promesse rivoluzionarie annunciate, ma che riesce comunque a restare impresso come audace reinterpretazione del mito di Frankenstein.
Ilaria Berlingeri