Film evento per il Giorno della Memoria, in sala il 27-28-29 gennaio 2026 distribuito da Movies Inspired
La stanza di Mariana sceglie una via laterale per raccontare la Shoah: non l’evento storico nella sua evidenza, ma il modo in cui esso si insinua nelle pieghe dell’intimità, deformando il tempo, lo spazio e i legami umani. Ambientato nell’Ucraina occupata del 1942, il film di Emmanuel Finkiel segue l’esperienza di Hugo, dodicenne ebreo costretto a nascondersi per sfuggire alla deportazione, affidato dalla madre a Mariana, una donna che sopravvive prostituendosi in un bordello frequentato da soldati tedeschi.
Il rifugio del bambino è un armadio a muro: un luogo angusto che diventa insieme protezione e prigione, osservatorio e cancellazione. Da lì Hugo non vede quasi nulla, ma ascolta tutto. La guerra arriva filtrata da suoni, passi, voci straniere, risate forzate, porte che si aprono e si chiudono. È attraverso questa percezione indiretta che il film costruisce il proprio racconto: la violenza resta perlopiù fuori campo, ma la sua presenza è costante, opprimente, inscritta nella durata dell’attesa e nella disciplina del silenzio.
Finkiel lavora per sottrazione. Riduce lo spazio scenico, limita il punto di vista, dilata il tempo fino a renderlo quasi fisico. La Storia non esplode mai in scena: preme, piuttosto, sui corpi e sulle relazioni, trasformando ogni gesto quotidiano in un atto rischioso. In questo senso, La stanza di Mariana non è un film di ricostruzione, ma di percezione: chiede allo spettatore di condividere l’esperienza di chi vive nascosto, privato di una visione d’insieme, costretto a immaginare ciò che non può vedere.
Il legame tra Hugo e Mariana è il cuore fragile e ambiguo del film. Mariana, interpretata con notevole complessità da Mélanie Thierry, non è un’eroina né una figura materna tradizionale. È una donna sospesa, segnata dalla solitudine e dalla perdita, che accetta di proteggere il bambino senza mai poterlo fare in modo “puro” o rassicurante. Il film non idealizza la clandestinità né la trasforma in spazio di redenzione: la convivenza forzata altera i confini dell’intimità, del desiderio, del bisogno reciproco. La cura stessa diventa una pratica instabile, fatta di compromessi e zone d’ombra.
Hugo, dal canto suo, attraversa un percorso che assomiglia a una formazione rovesciata. Non cresce per tappe naturali, ma per intrusioni improvvise: la sessualità ascoltata senza essere compresa, la morte intuìta prima di essere vista, la solitudine come condizione permanente. L’infanzia non viene celebrata né difesa, ma lentamente consumata da un tempo che non passa mai davvero. Anche quando il film introduce momenti di apertura – uno spostamento, una notte all’aperto, un contatto più diretto tra i due protagonisti – non c’è mai l’illusione di una vera liberazione, ma solo una diversa configurazione della precarietà.
La regia mantiene fino alla fine una coerenza rigorosa: niente enfasi, niente scorciatoie emotive. Anche le sequenze più delicate vengono affrontate con pudore e misura, lasciando che il senso emerga dal contesto e non dalla dichiarazione. La fotografia lavora per contrasti netti, facendo della luce una risorsa intermittente, mai gratuita, mentre il suono diventa elemento narrativo centrale, capace di evocare ciò che l’immagine rifiuta di mostrare.
In definitiva, La stanza di Mariana è un film severo e profondamente intimo, che racconta la persecuzione come esperienza di riduzione: riduzione dello spazio, della visibilità, dell’identità. Ma proprio in questa sottrazione trova la sua forza. Senza proclamare messaggi, Finkiel afferma una verità semplice e radicale: sopravvivere, in certi tempi, non significa vincere o salvarsi, ma continuare a esistere nonostante tutto, anche quando la vita è costretta a farsi minima. Un cinema asciutto e necessario, che affida il proprio senso non allo spettacolo dell’orrore, ma alla sua persistenza silenziosa nel privato.
Carla Curatoli