Uno spettacolo che attraversa guerra e pace per raccontare la fragilità umana e la forza della vita
Dal 12 al 22 marzo il palcoscenico del Teatro Vascello accoglie “La Storia. Uno scandalo che dura da diecimila anni”, spettacolo liberamente ispirato al celebre romanzo di Elsa Morante. La drammaturgia è firmata da Marco Archetti e Fausto Cabra, che cura anche la regia, mentre in scena si alternano Franca Penone, Francesco Sferrazza Papa e Alberto Onofrietti.
Lo spettacolo nasce dal desiderio di avvicinare il pubblico a uno dei capolavori della letteratura del Novecento, pubblicato in Italia da Giulio Einaudi Editore. Non si tratta di una semplice trasposizione teatrale del romanzo: l’obiettivo è piuttosto quello di attraversarne i temi e le emozioni, restituendo sulla scena la complessità e l’intensità dell’opera senza pretendere di esaurirne la ricchezza.
Al centro del racconto ci sono le vicende di Ida, dei figli Nino e Useppe e di un’umanità fragile che vive all’ombra della grande Storia. La narrazione procede come un viaggio diviso idealmente in due tempi – “in tempo di guerra” e “in tempo di pace” – seguendo il destino di personaggi travolti dagli eventi ma ancora capaci di custodire uno sguardo pieno di meraviglia sulla vita. In questa prospettiva il romanzo, spesso ricordato per la sua durezza, rivela invece una sorprendente vitalità: accanto alla tragedia emergono momenti di ironia, tenerezza e una profonda celebrazione della vita stessa.
La regia di Cabra costruisce lo spettacolo attorno a un doppio movimento: da un lato la scrittura della Storia, forza implacabile che determina il destino degli individui; dall’altro la lettura, esperienza personale attraverso cui una coscienza contemporanea rilegge il romanzo e lo trasforma in immagini, voci e memoria. In scena prende così forma la mente di chi legge, con i suoi continui spostamenti tra epoche, luoghi e punti di vista.
Il dispositivo scenico – ideato da Roberta Monopoli per scene e costumi – dialoga con il progetto sonoro di Mimosa Campironi e con il disegno luci di Marco Renica e dello stesso Cabra, mentre i video di Giulio Cavallini contribuiscono a costruire una vera e propria “macchina teatrale”. Un sistema scenico complesso che diventa metafora della grande Storia: un ingranaggio gigantesco, creato dagli uomini ma capace di travolgerli.
Allo stesso tempo, la messinscena mette in dialogo questa dimensione meccanica con l’intimità e la vulnerabilità dei personaggi. Il risultato è un racconto in cui l’umanità dei protagonisti si confronta con una forza più grande di loro, ma anche con una dimensione naturale e universale che relativizza la presunta centralità della Storia umana.
Il progetto rende inoltre omaggio a due grandi maestri del teatro italiano, Luca Ronconi e Carlo Cecchi, evocando da un lato l’analisi rigorosa e architettonica della scena e dall’altro un’energia più istintiva e imprevedibile, capace di restituire la vitalità della vita quotidiana.
In questo percorso emerge la figura di Useppe, il bambino che nel romanzo rappresenta una sensibilità quasi primordiale, capace di percepire il linguaggio degli animali e della natura. Attraverso il suo sguardo innocente, il dramma della Storia si intreccia con una dimensione più vasta, quasi cosmica, in cui la vita continua a pulsare nonostante tutto.
“La Storia” è stata spesso considerata un’opera cupa, ma proprio in questa contraddizione – tra distruzione e bellezza, tra dolore e amore – si trova il cuore del progetto teatrale. Il testo di Morante non offre risposte facili né consolazioni ideologiche: invita piuttosto a confrontarsi con la complessità del reale, lasciando emergere un sentimento di profonda compassione per l’umanità.
Se lo spettacolo riuscirà a far nascere negli spettatori il desiderio di tornare al romanzo, suggerisce Cabra, avrà raggiunto il suo scopo. Perché il teatro, in questo caso, non vuole sostituirsi al libro ma diventare una delle tante possibili porte d’ingresso in un’opera che continua a interrogare il nostro presente.
Alberto Leali