Vincitore della Caméra d’Or all’ultimo Festival di Cannes e del Premio del Pubblico alla Quinzaine des Réalisateurs, arriva nelle sale italiane con Lucky Red dal 19 marzo 2026
Nell’Iraq dei primi anni Novanta, devastato dalle sanzioni internazionali e dalla povertà diffusa, la vita quotidiana è segnata dalla scarsità di tutto: cibo, medicine, prospettive. In questo contesto paradossale, nelle scuole del Paese resta però un obbligo immutabile: celebrare il compleanno del presidente Saddam Hussein. È da qui che prende avvio La torta del presidente, opera prima del regista iracheno Hasan Hadi, un film che sceglie di raccontare un’intera epoca attraverso gli occhi di una bambina.
La protagonista è Lamia, nove anni, orfana e cresciuta dalla nonna Bibi in una fragile casa di fango e giunchi tra le acque del sud dell’Iraq, dove il Tigri e l’Eufrate si incontrano. Quando il maestro le assegna il “privilegio” di preparare la torta per la celebrazione scolastica del dittatore, quello che sulla carta sembra un semplice compito si trasforma subito in una missione quasi impossibile. In un paese dove anche il pane è difficile da trovare, procurarsi uova, zucchero e farina diventa un’impresa.
Lamia parte all’alba verso la città insieme alla nonna e al suo inseparabile gallo Hindi, che porta sempre con sé come fosse un amico fidato. Durante il viaggio si unisce a lei Saeed, compagno di scuola costretto a rubare per sopravvivere, figlio di un mendicante storpio. Insieme attraversano un mondo fatto di mercati vuoti, adulti diffidenti e piccoli ricatti quotidiani, dove ogni ingrediente necessario alla torta assume il valore di un bene prezioso.
Hasan Hadi costruisce la storia come un percorso a tappe che richiama la struttura della fiaba. La ricerca degli ingredienti diventa una sorta di cammino iniziatico: passo dopo passo, Lamia incontra diverse figure che rivelano il lato più duro della realtà in cui vive. Il maestro stesso, che dovrebbe essere guida e protezione, si dimostra meschino e opportunista; altri personaggi oscillano invece tra ironia, solidarietà e disperazione. Ogni incontro sottrae qualcosa all’innocenza della protagonista e contribuisce alla sua precoce crescita.
Uno dei momenti più sorprendenti del film è un breve episodio durante il viaggio in auto con alcuni sconosciuti: tra questi c’è un giovane uomo appena sposato che ha perso la vista dopo essere rimasto ferito da un missile statunitense durante i festeggiamenti delle nozze. Racconta la sua storia con un’ironia quasi disarmante, sostenendo che almeno ora non dovrà preoccuparsi dell’aspetto della moglie. In poche battute, Hadi riesce a condensare tragedia e umorismo, mostrando la straordinaria capacità di adattamento di chi vive immerso nella violenza quotidiana.
Il film si muove costantemente su questo equilibrio tra durezza e leggerezza. Da un lato emerge un paese devastato: l’inflazione dilaga, la corruzione è diventata una necessità per sopravvivere, e le conseguenze dei bombardamenti americani pesano sulla vita di tutti i giorni. Dall’altro lato, la regia evita qualsiasi compiacimento nella rappresentazione della sofferenza. Hadi mantiene uno sguardo discreto, quasi sospeso, lasciando che siano i gesti e le situazioni a parlare.
L’ambientazione naturale gioca un ruolo fondamentale. Le strade polverose, i villaggi sulle rive del fiume e i mercati improvvisati diventano un grande teatro all’aperto, evocando un cinema vicino per sensibilità al neorealismo. L’uso di attori non professionisti e la luce naturale rafforzano questa impressione di autenticità, rendendo il mondo di Lamia credibile e tangibile. Allo stesso tempo, l’onnipresenza dell’immagine di Saddam Hussein – manifesti, statue, ritratti nelle scuole – ricorda continuamente il peso di un potere distante e oppressivo.
Al centro del racconto resta però il legame tra i personaggi. L’amicizia tra Lamia e Saeed si sviluppa nella condivisione delle difficoltà, mentre il rapporto con la nonna Bibi rappresenta l’ultimo rifugio affettivo della bambina. Bibi, malata e consapevole di non poter garantire un futuro alla nipote, compie un viaggio doloroso nella speranza di trovarle una vita migliore. Il loro rapporto aggiunge al film una dimensione emotiva profonda, fatta di gesti semplici e silenzi carichi di significato.
La torta, vero motore della storia, assume progressivamente un valore simbolico. Non è soltanto il dolce richiesto dalla scuola, ma il segno di un’ingiustizia assurda: un lusso imposto a chi non possiede nulla. In un paese in cui la fame è diffusa, quella richiesta diventa una forma di pressione e di controllo sociale. La celebrazione del dittatore appare così come un rituale vuoto, distante anni luce dalla vita reale della popolazione.
Il finale del film accentua questa distanza. Mentre la propaganda celebra il leader con feste e abbondanza ostentata, Lamia e Saeed restano due bambini soli sotto il cielo segnato dai bombardamenti. Il contrasto tra la retorica del potere e la miseria quotidiana è netto, ma Hadi non lo sottolinea con discorsi espliciti: lascia che sia l’immagine a suggerirlo.
Con La torta del presidente, Hasan Hadi firma un debutto sorprendentemente maturo. La sua regia evita spiegazioni superflue e preferisce affidarsi alla forza delle immagini e alla spontaneità dei giovani interpreti. Il risultato è un racconto semplice solo in apparenza, capace di trasformare una piccola avventura infantile in uno sguardo potente sulla storia recente dell’Iraq.
Attraverso il viaggio di Lamia, il film mostra come l’infanzia possa resistere anche nelle condizioni più dure, ma allo stesso tempo racconta il momento preciso in cui quella stessa infanzia si incrina. In quel passaggio silenzioso tra stupore e consapevolezza si trova forse la verità più profonda del film: la scoperta, dolorosa ma inevitabile, di un mondo in cui i bambini devono imparare a crescere troppo in fretta.
Ilaria Berlingeri