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Nel 1936 una giovane matematica tedesca lascia l’Europa attraversata da tensioni ideologiche e approda a Lima per insegnare. Si chiama Maria Reiche e non immagina che un incarico da traduttrice per l’archeologo francese Paul D’Harcourt le cambierà l’esistenza. Il viaggio nel deserto di Nazca, davanti a quelle linee e figure gigantesche tracciate secoli prima sulla pampa, segna l’inizio di una dedizione assoluta: non una semplice curiosità scientifica, ma una scelta di vita.
Con Lady Nazca – La signora delle linee, il regista Damien Dorsaz evita i toni celebrativi del biopic tradizionale e preferisce un racconto asciutto, quasi contemplativo. Più che inseguire colpi di scena, il film segue la progressiva trasformazione interiore della protagonista. L’insegnante riservata e metodica si confronta con uno spazio smisurato che sembra richiedere uno sguardo diverso, capace di andare oltre la superficie del terreno.
Le linee di Nazca — oggi tutelate come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO — non sono presentate come semplice curiosità archeologica, ma come un enigma che interroga il rapporto tra uomo e cosmo. Figure animali, tracciati geometrici, chilometri di incisioni visibili compiutamente solo dall’alto: segni minimi nel gesto, immensi nell’estensione. Il film suggerisce questa sproporzione senza forzarne il mistero, lasciando che sia la pazienza della misurazione a parlare.
C’è un’immagine che riassume l’opera: Maria che spazza la sabbia per riportare alla luce i tracciati. Un gesto ripetuto, concreto, quasi umile. Eppure in quella pratica quotidiana si concentra un atto di resistenza. Considerata da molti “la pazza del deserto”, la studiosa utilizza il rigore matematico per opporsi all’indifferenza delle istituzioni, agli interessi privati, alla distrazione di un mondo accademico dominato dagli uomini. Senza proclami, la sua ostinazione diventa un’affermazione etica: preservare significa assumersi una responsabilità verso il passato e verso il futuro.
Il film non indulge nelle teorie più fantasiose che hanno circondato Nazca — basti pensare alle ipotesi di fantarcheologia rese popolari negli anni Sessanta — ma rimane ancorato al lavoro concreto di documentazione e tutela. Non offre risposte definitive sull’origine dei geoglifi, e proprio in questa scelta risiede la sua forza: l’enigma non viene risolto, bensì abitato.
Visivamente, la regia valorizza la vastità del paesaggio. La pampa non è sfondo, ma presenza viva e fragile. Un territorio che può essere cancellato da un semplice pneumatico o da una decisione amministrativa. In questo contesto la figura esile di Maria attraversa lo spazio senza dominarlo, quasi a mettersi al servizio di una memoria millenaria.
Lady Nazca diventa così il ritratto di una vocazione nata per caso e trasformata in missione. Non tanto la celebrazione di una scoperta, quanto la testimonianza di una fedeltà: a un segno inciso nella terra e alla necessità di difenderlo. Nel far emergere una donna a lungo sottovalutata, il film restituisce dignità a una protagonista che ha dedicato novant’anni di vita a custodire un mistero. E trova, nella coincidenza tra destino personale e disegno tracciato nel deserto, la propria immagine più potente.
Ilaria Berlingeri