Premio per il miglior attore e per la miglior regia a Cannes 2025, Golden Globe per il miglior film internazionale e per il miglior attore in un film drammatico, è candidato a 4 Premi Oscar tra cui miglior film, miglior attore protagonista e miglior film internazionale. Al cinema dal 29 gennaio con FilmClub Distribuzione e Minerva Pictures
L’agente segreto segna un nuovo, ambizioso capitolo nel percorso di Kleber Mendonça (Aquarius), che torna a Recife per interrogare ancora una volta il rapporto tra immagini, memoria e potere. Premiato a Cannes 2025, il film si muove dentro il territorio scivoloso dell’identità – quella imposta, quella negata, quella reinventata per sopravvivere – e lo fa intrecciando racconto politico, immaginario popolare e una messa in scena volutamente franta, inquieta, mai pacificata.
Siamo nel 1977, nel pieno della dittatura militare brasiliana. Marcelo – che in realtà si chiama Armando – arriva a Recife con il figlio, sperando di ritrovare la moglie e di preparare una fuga definitiva all’estero. Alle sue spalle, però, incombono minacce precise: ha ostacolato gli affari di un imprenditore corrotto e ora due killer lo cercano. Questa premessa potrebbe far pensare a una spy story classica, ma Mendonça Filho smonta subito ogni aspettativa di genere. Il protagonista non è una spia professionista, bensì un professore universitario che ha pagato la propria integrità morale con l’esilio e la clandestinità. In questo scarto si gioca gran parte della forza del film.
Recife non è solo uno sfondo, ma un organismo vivo. Il Carnevale, che invade le strade e accompagna l’intera narrazione, diventa la metafora visiva e politica del Brasile sotto il regime: maschere, euforia, violenza, corpi ammassati e sangue che scorre mentre i giornali contano i morti. Mendonça Filho filma la città come un luogo attraversato da forze contraddittorie, dove il folklore non è evasione ma una forma obliqua di resistenza e di racconto. Le storie assurde pubblicate sui quotidiani – come quella della gamba ritrovata nello stomaco di uno squalo, che sembra uscita da un b-movie horror – funzionano da cortina fumogena rispetto alla politica, ma finiscono per rivelare una verità più profonda e disturbante.
Il cinema, ancora una volta, è al centro del discorso. I personaggi parlano di film, li aspettano, ne vengono travolti: Lo squalo diventa un’ossessione infantile, Il presagio lascia una spettatrice in uno stato di shock quasi demoniaco. L’immaginario cinematografico degli anni Settanta filtra nella realtà, la contamina, la rende più instabile. Mendonça Filho non ricostruisce il passato per nostalgia né per pura denuncia: ciò che gli interessa è creare una memoria attiva, capace di risuonare nel presente. Da qui la scelta di una fotografia calda, quasi bruciata, che si oppone alla freddezza del potere e restituisce alle immagini una densità fisica, sensoriale.
Il racconto procede per frammenti, per deviazioni improvvise, con un’apertura che sembra uscita da un film dei fratelli Coen: un cadavere abbandonato in una stazione di servizio, ignorato da una polizia più interessata alla corruzione che alla giustizia. Episodi grotteschi e violenti si susseguono – come l’aggressione di un uomo mascherato da pollo o improvvise esplosioni di brutalità – senza mai chiudersi in un disegno rassicurante. La disomogeneità è una scelta precisa: la Storia, suggerisce il film, è troppo mostruosa per essere raccontata in modo lineare.
A incarnare Marcelo/Armando è Wagner Moura, che costruisce un personaggio trattenuto, stanco, sempre sul punto di scomparire. Attorno a lui si muove una costellazione di figure memorabili, tra cui spicca Udo Kier, presenza inquietante e perfettamente a suo agio in questo universo di ambiguità morale. Ma uno dei momenti più potenti del film è corale: una casa che accoglie persone costrette a cambiare identità, dove ci si spoglia letteralmente e simbolicamente di nomi e maschere. È un gesto politico, un atto di verità possibile solo nella condivisione.
Nel finale, L’agente segreto compie un salto temporale e affida la ricostruzione della vicenda a due giovani ricercatrici che, nel presente, scandagliano archivi, intercettazioni, ritagli di giornale. È un dispositivo che richiama le origini giornalistiche del regista e ribadisce l’urgenza di non lasciare che quelle storie si perdano. Se questo epilogo può apparire più esplicativo del necessario, resta coerente con l’idea di un cinema che non vuole chiudere le ferite, ma mantenerle visibili.
L’agente segreto non è un film facile né accomodante. È un’opera stratificata, eccedente, che accumula personaggi, suggestioni e traiettorie senza preoccuparsi di armonizzarle del tutto. Proprio in questa irrequietezza risiede la sua forza: Mendonça Filho guarda alla dittatura brasiliana non come a un capitolo concluso, ma come a un tempo che continua a riverberare nel presente. Tra maschere di Carnevale, cinema pop e identità rubate, il suo sguardo costruisce un racconto politico che rifiuta la consolazione e chiede allo spettatore di restare dentro il caos, senza illusioni di riconciliazione.
Giancarlo Giove