In concorso al 43º Festival di Torino, arriva al cinema dal 4 dicembre con Vertice360 e Videa
Laghat – Un sogno impossibile, diretto da Michael Zampino e ispirato al libro di Enrico Querci, è un film che utilizza il mondo delle corse ippiche come cornice per raccontare qualcosa di più intimo: la possibilità di rinascere quando ci si sente ai margini. La storia vera del cavallo Laghat – purosangue cieco da un occhio – diventa il motore di un percorso di crescita condiviso con Andrea (Lorenzo Guidi), un ragazzo che ha smesso di credere nel proprio talento dopo la morte della madre e anni trascorsi all’ombra di un padre possessivo.
Andrea, detto Capoccione, lavora come rigattiere con il genitore e il fratello, intrappolato in una quotidianità che lo soffoca. È l’incontro con il suo vecchio allenatore e, soprattutto, con Laghat a risvegliare in lui la voglia di tornare in pista. Tra il ragazzo e il cavallo nasce un’alleanza fuori dagli schemi: entrambi sono “irregolari” in un ambiente che non perdona la diversità. Andrea lotta contro i condizionamenti familiari, Laghat contro una menomazione che dovrebbe precludergli la carriera. È in questo dialogo silenzioso tra fragilità e resistenza che il film trova la sua forza.
Zampino rifiuta il registro epico e si discosta dal classico racconto edificante su uomo e animale. Il suo è un dramma realistico, che non nasconde l’asprezza dei rapporti familiari né la fatica dell’allenamento clandestino, condotto da Andrea alle spalle di un padre interpretato da un convincente Edoardo Pesce, figura manipolatoria più pesante di qualunque sconfitta sportiva. In contrappunto arriva Giulia, groomer appassionata di cavalli: un personaggio luminoso, a cui Carlotta Antonelli presta una sensibilità che avrebbe meritato ancora più spazio.
Le scene delle corse, girate con un approccio quasi documentaristico, rappresentano uno dei punti più riusciti dell’opera. Zampino porta lo spettatore nel cuore della pista con piani sequenza e riprese in movimento che restituiscono immediatezza e tensione, frutto di un lavoro tecnico accurato e di consulenze specialistiche mirate. Non tutto, però, funziona allo stesso livello: alcuni dialoghi restano troppo vicini alla pagina scritta e certe soluzioni narrative appaiono meno incisive rispetto alla potenza dei temi trattati.
Ciò che rimane, e che convince, è il doppio percorso di emancipazione. Andrea capisce che deve allontanarsi da un ambiente familiare tossico per scoprire chi è davvero; Laghat dimostra che la disabilità non è un marchio d’esclusione ma un punto da cui ripensare abilità e ruoli. Insieme costruiscono un linguaggio alternativo, un modo diverso di stare al mondo e nello sport.
Laghat – Un sogno impossibile non punta alla celebrazione del successo, ma al valore del movimento, della ricerca di un baricentro personale. La vittoria, quando arriva, è un passaggio più che un traguardo. Il film osserva la marginalità senza pietismo e restituisce dignità a due outsider che, trovandosi, riescono a rimettersi in corsa. Una storia di ascolto reciproco e di resistenza, narrata con sincerità e un occhio attento alla complessità emotiva.
Paola Canali