In concorso al Festival di Cannes e al Festival di San Sebastian, si aggiudicato il premio FIPRESCI al Festival del Cinema Europeo, dove ha conquistato anche i premi per la miglior regia e la miglior fotografia. Al cinema dal 28 maggio con Movies Inspired
C’è un momento, all’inizio de L’amore che rimane, in cui un tetto viene sollevato da una casa e lasciato sospeso nel vuoto. Non è ancora crollo, non è più protezione. È un’immagine che contiene già tutto il film di Hlynur Pálmason: la vertigine di ciò che resta esposto quando un amore smette di abitare il proprio rifugio.
Dopo la brutalità minerale di Winter Brothers, la desolazione emotiva di A White, White Day e l’epica spirituale di Godland, il regista islandese abbandona qui ogni slancio monumentale per rinchiudersi dentro qualcosa di infinitamente più fragile: la quotidianità di una separazione. Ma sarebbe un errore scambiare questa apparente semplicità per minimalismo innocuo. Pálmason continua a fare cinema come se stesse incidendo la materia viva delle cose.
Anna e Magnus si stanno lasciando. Nessun melodramma, nessuna esplosione isterica: soltanto il lento attrito del tempo. Un tempo che il film osserva mentre si deposita sugli oggetti, sui gesti, sugli spazi condivisi diventati improvvisamente estranei. Le stagioni scorrono sulla fattoria islandese come maree emotive, e il paesaggio — ancora una volta protagonista assoluto nel cinema del regista — assorbe silenzi, frustrazioni, desideri residui.
La macchina da presa resta quasi sempre immobile, ostinatamente fissa, trasformando ogni scena in una specie di quadro abitato. Pálmason non rincorre mai i personaggi: li aspetta. E in quell’attesa si accumula tutto il peso invisibile della separazione. I figli giocano nei prati battuti dal vento, i corpi degli ex coniugi si sfiorano cercando nuove geometrie domestiche, le stanze diventano territori emotivi da ridefinire. Lo spettatore non è guidato: è costretto a osservare.
Ed è proprio in questa immobilità che il film trova la sua forma più dolorosa. L’amore che rimane parla infatti di ciò che sopravvive alla fine: le abitudini, i vuoti, la memoria fisica di una relazione. Pálmason filma la crisi come un processo geologico, un lento riassestamento della materia sentimentale. Non c’è un prima e un dopo netto, ma una trasformazione continua, quasi impercettibile.
Il cinema nordico aleggia ovunque — Bergman è un fantasma inevitabile — ma il regista evita qualsiasi esercizio manierista. Dove Scene da un matrimonio lavorava sull’anatomia verbale della coppia, qui è la natura a parlare. Il vento, il fango, la pioggia, il mare: elementi vivi che partecipano al dramma più degli stessi dialoghi. Eppure il film riesce anche a sorprendere con improvvise deviazioni surreali e poetiche: sogni, apparizioni, dettagli grotteschi che incrinano il realismo e restituiscono l’assurdità emotiva del distacco.
C’è persino spazio per un’ironia stramba, quasi alla Roy Andersson, ma privata della costruzione artificiale e immersa invece in una concretezza tattile, sporca, organica. Pálmason sembra voler toccare le emozioni prima ancora che raccontarle.
Rispetto alla potenza visionaria di Godland, questo nuovo lavoro è volutamente più piccolo, più rarefatto, forse persino meno immediatamente travolgente. Richiede pazienza, disponibilità all’ascolto, capacità di abitare il silenzio. Ma proprio in questa rinuncia all’impatto spettacolare emerge la sua sincerità più radicale.
Perché L’amore che rimane non cerca di spiegare la fine di un rapporto. Cerca piuttosto di catturare ciò che continua a pulsare dopo. Come un tetto sospeso a mezz’aria prima del crollo definitivo, il film resta fermo in quell’istante ambiguo in cui l’amore è già finito ma non ha ancora smesso di abitare le cose.
Giancarlo Giove