Miglior Film nella sezione Orizzonti di Venezia 81, arriva al cinema dal 4 dicembre con Trent Film
Con L’anno nuovo che non arriva, Bogdan Mureșanu firma un esordio sorprendente nel lungometraggio: un’opera che affonda le radici nella memoria rumena del dicembre 1989 ma che, al posto del rigore cronachistico o del solenno memoriale, sceglie la via più rischiosa e fertile della tragicommedia corale. Il risultato è un film che oscilla tra il comico e il feroce, tra la disperazione e la satira, componendo un mosaico umano che restituisce la vertigine di un Paese prossimo alla rivoluzione, ma ancora immerso in una quotidianità anestetizzata dalla paura.
Mureșanu si concentra su sei esistenze che si sfiorano senza mai imporsi una sintesi artificiale. In due giornate — il 20 e il 21 dicembre 1989 — segue, così, il regista costretto a salvare uno show televisivo di Capodanno che celebra un regime agonizzante; la giovane attrice teatrale trascinata suo malgrado in quell’apparato; un ragazzo deciso a fuggire in Jugoslavia; l’agente della Securitate incaricato di tallonarlo mentre tenta di proteggere una madre ormai sradicata dal proprio mondo; e il traslocatore terrorizzato dalla letterina del figlio che, ingenuamente, chiede a Babbo Natale la morte di “zio Nicolae”.
Ciascuna traiettoria incarna un grado diverso della paura: chi teme di essere scoperto, chi di essere dimenticato, chi di perdere la dignità, chi persino la casa o il Paese. Eppure, dentro questo sistema di controllo che filtra informazioni, manipola la percezione e riduce il pensiero critico a un sussurro, Mureșanu fa emergere una fragilità collettiva fatta di piccoli gesti di resistenza, di follie private, di scarti farseschi che diventano rivelazione. Il film trova nella comicità nera un linguaggio di sopravvivenza, quasi un anestetico, mostrando quanto l’umorismo possa essere, nelle dittature, più incisivo di qualunque proclama.
La messa in scena — formato 4:3, cromie smorzate, uso calibrato dell’archivio — ricrea un mondo compresso, soffocato, in cui ogni ambiente appare un teatro di finzioni. La musica, diegetica e non, non accompagna ma struttura il racconto: il crescendo del Bolero che chiude il film non è un vezzo estetico, bensì la traduzione acustica del sommovimento collettivo che sta per travolgere il conducător e l’intero apparato propagandistico. È un finale che unisce ironia, furia e liberazione, lasciando allo spettatore la sensazione di assistere alla frattura irripetibile tra due epoche.
Pur animato da ambizioni popolari e da un registro più accessibile rispetto al cinema rumeno dei maestri (da Mungiu a Puiu, da Porumboiu a Jude), L’anno nuovo che non arriva non rinuncia a una riflessione pungente sulla natura del potere e sull’inerzia che lo alimenta. La televisione — onnipresente, manipolatoria, narcotica — emerge come simbolo della repressione più efficace, quella che modella l’immaginario pubblico fino a impedire perfino di immaginare un’alternativa. Ed è forse qui che il film tocca corde ancora attuali, suggerendo che nessuna propaganda è mai definitivamente confinata al passato.
Mureșanu guarda ai “vinti” del sistema senza paternalismo, restituendo l’imbarazzo, la contraddizione, l’indicibile normalità della vita sotto un regime che sta per cedere, ma non ancora. Nel suo sguardo convivono pietas e sarcasmo, rabbia e compassione: è in questa tensione che il film si fa politico senza proclami, civile senza retorica, universale senza perdere la sua specificità rumena.
Opera prima libera, audace, vitalissima, L’anno nuovo che non arriva è un racconto corale dal passo sicuro, capace di far sorridere e insieme gelare il sangue. È cinema che interroga il passato per parlare al presente, e che chiede a chi guarda non solo di comprendere, ma di immaginare — finalmente — un anno nuovo possibile.
Ilaria Berlingeri