Una commedia dolceamara che esplora il fallimento, l’amicizia e la fragile grandezza della vita quotidiana. Al cinema dal 5 febbraio con PiperFilm
Con Lavoreremo da grandi, Antonio Albanese firma la sua sesta regia e torna a muoversi in quel territorio a lui caro fatto di perdenti, illusioni e provincia. Dopo prove più compatte e amare come Cento domeniche, il regista prova a recuperare una dimensione più sgangherata e notturna, costruendo una commedia corale che ambisce al surreale ma inciampa spesso nella propria ambizione.
Il protagonista è Umberto (Antonio Albanese), un uomo rimasto prigioniero di un sogno adolescenziale: diventare musicista. Ha dilapidato il patrimonio di famiglia inseguendo un talento che non si è mai manifestato e continua a produrre brani improbabili, più rumore che armonia. Attorno a lui gravitano macerie affettive: due matrimoni falliti, una figlia che lo guarda con insofferenza e un figlio, Toni, in perenne collisione con la legge. Non è tanto un antieroe quanto un adulto mai cresciuto, sospeso tra autoindulgenza e inconsapevolezza.
Il racconto si concentra su una sola notte, quando Umberto si ritrova coinvolto in un incidente stradale insieme a due compagni di sventura: Beppe (Giuseppe Battiston), idraulico schiacciato da una madre dominante e da un amore non ricambiato, e Gigi (Nicola Rignanese), reduce da un’eredità mancata che lo ha lasciato con una collezione di parrucche al posto dei milioni sperati. Con loro c’è Toni (Niccolò Ferrero), agli arresti domiciliari in attesa di processo, che diventa presenza intermittente più che vero motore narrativo. Da quell’impatto prende forma una sequenza di equivoci e incontri che dovrebbe innescare una spirale tragicomica.
Le intenzioni sono chiare: raccontare un’umanità periferica e disallineata, oscillando tra malinconia e farsa. Ma la scrittura – firmata da Albanese insieme a Piero Guerrera – fatica a dare coesione ai personaggi, che sembrano provenire da registri diversi. Alcune figure di contorno, come un’escort enigmatica o un rapper macchiettistico, entrano ed escono dalla scena senza lasciare traccia, accentuando la sensazione di frammentarietà.
Il confronto con Le città di pianura di Francesco Sossai sorge spontaneo: anche lì un trio maschile attraversava il Nord Italia in un equilibrio sottile tra ironia e sconforto. In quel caso, però, l’assurdo era radicato in una precisa osservazione del reale; qui, invece, la dimensione concreta si sfalda e lascia spazio a una concatenazione di episodi che raramente trovano un vero crescendo.
Nemmeno il potenziale comico della situazione limite – un uomo trasportato in stato semicosciente che ricorda vagamente meccanismi alla Weekend con il morto – viene sfruttato fino in fondo. La tensione narrativa resta bassa, la componente “mistery” non decolla e l’impressione è che la storia non sappia davvero dove andare.
Dal punto di vista visivo, l’ambientazione lacustre e notturna offre suggestioni interessanti, ma non basta a compensare una struttura drammaturgica fragile. L’eco di certo cinema grottesco europeo, da Luis Buñuel ai Fratelli Coen, resta più un riferimento dichiarato che una reale influenza assimilata.
Rimane la prova attoriale di Albanese, capace di restituire al suo Umberto una malinconia autentica sotto la superficie farsesca. Tuttavia, il film nel suo complesso appare disomogeneo: i fili narrativi si intrecciano senza stringersi, le motivazioni restano abbozzate e l’ironia non sempre trova il bersaglio. Lavoreremo da grandi avrebbe voluto essere una commedia sull’immaturità cronica e sui sogni mai archiviati; finisce invece per restituire l’impressione di un progetto che non riesce a trasformare il caos in forma compiuta.
Alessandra Broglia