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Il rumore più spaventoso non è quello dei caccia che sorvolano Santiago l’11 settembre 1973. È quello di una porta d’acciaio che si chiude alle spalle di uomini destinati a sparire. Da quel momento, ogni ordine pronunciato pesa quanto una condanna e ogni silenzio diventa una scelta.
È in questo spazio soffocante che Juan Pablo Sallato ambienta L’hangar rosso, esordio nel lungometraggio di finzione dopo una lunga esperienza documentaristica, presentato alla Berlinale e ispirato alla testimonianza autobiografica di Fernando Villagrán. Un film che rinuncia alla spettacolarità del golpe per concentrarsi sul luogo in cui la Storia smette di essere un evento collettivo e diventa un conflitto privato.
Il protagonista è il capitano Jorge Silva (un intenso Nicolás Zárate), istruttore dell’Accademia dell’Aeronautica cilena ed ex ufficiale dell’intelligence. Quando il colpo di Stato guidato da Augusto Pinochet travolge il governo di Salvador Allende, la base che dirige viene trasformata in un centro di detenzione per oppositori politici. A Silva viene chiesto di collaborare, di obbedire, di diventare un ingranaggio perfetto della repressione. Ma proprio nell’istante in cui l’obbedienza dovrebbe essere più automatica, nasce il dubbio.
Sallato evita qualsiasi tentazione eroica. Silva non è un ribelle pronto a sfidare il regime né un uomo immune alle contraddizioni. È un militare cresciuto nel culto della disciplina, legato alla propria uniforme, ai suoi uomini e persino a quell’istituzione che sta rapidamente trasformandosi in macchina di morte. È proprio questa ambiguità a rendere il film così incisivo: il male non arriva travestito da mostro, ma si insinua attraverso procedure, ordini, gerarchie e responsabilità distribuite.
Girato in un magnifico bianco e nero, L’hangar rosso trasforma gli enormi spazi dell’accademia in una prigione dell’anima. Gli hangar sembrano cattedrali vuote, i corridoi diventano labirinti morali e i continui primi piani sul volto scavato di Zárate raccontano molto più dei dialoghi. La fotografia costruisce un universo di luci e ombre che riflette perfettamente la frattura interiore del protagonista.
La sceneggiatura di Luis Emilio Guzmán concentra l’azione nell’arco di poche ore, facendo crescere la tensione senza mai ricorrere a facili spettacolarizzazioni. Le torture rimangono quasi sempre fuori campo, ma il loro peso invade ogni inquadratura. Sono i rumori metallici delle porte, gli sguardi dei prigionieri, il nervosismo dei giovani cadetti e il volto impassibile del colonnello Jahn a costruire un’atmosfera che diventa progressivamente insostenibile.
Il confronto con Post Mortem di Pablo Larraín nasce spontaneo, ma Sallato sceglie una prospettiva diversa. Se Larraín osservava il golpe dalla periferia burocratica della morte, qui la macchina repressiva viene raccontata dall’interno, mostrando come il totalitarismo prenda forma attraverso la normalità dell’obbedienza. Il nemico non è soltanto chi impartisce gli ordini, ma il sistema che rende possibile eseguirli senza più interrogarsi sulla loro legittimità.
La vera forza del film risiede proprio nella sua attualità. Pur raccontando il Cile del 1973, L’hangar rosso parla direttamente al presente, ricordando quanto sia sottile il confine tra disciplina e complicità, tra fedeltà alle istituzioni e responsabilità individuale. In appena ottanta minuti Sallato costruisce un thriller politico asciutto, rigoroso e privo di retorica, che non cerca risposte rassicuranti ma costringe lo spettatore a porsi una domanda scomoda: fino a che punto si può obbedire prima che un ordine diventi un crimine?
Ilaria Berlingeri