Diretto da Antonio Capuano, arriva al cinema dal 2 ottobre con Europictures
In L’isola di Andrea, Antonio Capuano torna a raccontare l’infanzia e le sue ferite con una lucidità rara e un’empatia disarmante, firmando uno dei suoi film più intensi e personali. Dopo oltre trent’anni di carriera, e a 85 anni compiuti, il regista napoletano non smette di sorprendere: ancora una volta si muove ai margini del cinema convenzionale per mettere a fuoco le crepe profonde dell’esperienza umana. In questo caso, al centro del racconto c’è una separazione dolorosa, un figlio conteso e un sistema giudiziario che, invece di risolvere, spesso amplifica i disagi.
Marta e Guido si sono amati. Era il 2005 quando si sono incontrati: lei aveva 29 anni, lui 34. Ma oggi, dopo anni e un figlio, Andrea, di appena otto anni, l’amore si è frantumato. Il punto di rottura definitivo è proprio l’affidamento del bambino: nessuno dei due è disposto a cedere terreno, entrambi vogliono “più tempo” con lui. Da qui parte un iter giudiziario che si trasforma in uno specchio impietoso delle loro fragilità, delle loro insicurezze, delle loro colpe. Il giudice li convoca più volte, li ascolta, li osserva, li spinge a raccontarsi. E nel farlo, porta alla luce un sottile ma feroce gioco di potere, una guerra fatta di sguardi, omissioni e piccoli sabotaggi quotidiani.
Capuano non adotta mai il tono del melodramma. La sua sceneggiatura – firmata dallo stesso regista – evita i picchi teatrali e costruisce invece una narrazione intima, asciutta, diretta, dove i silenzi e i gesti pesano quanto le parole. Il film si muove in bilico tra dramma familiare e tensione psicologica, senza mai cedere al ricatto emotivo. La regia è inquieta, dinamica, fatta di movimenti circolari che spesso rincorrono i personaggi dentro gli spazi domestici, come se volessero catturarne il disorientamento e la confusione esistenziale. Già dalla prima scena, quando Guido si introduce nell’appartamento di Marta senza invito e le confessa di averle sottratto il cellulare, si capisce che quella in corso non è solo una separazione, ma una battaglia più profonda per il controllo, la rivendicazione, il riconoscimento.
Eppure L’isola di Andrea non si limita a raccontare un conflitto tra adulti. Il vero cuore del film è Andrea, bambino chiuso in un mondo che gli sfugge e che non riesce a comprendere. Capuano ha sempre avuto un talento straordinario nel dirigere i più piccoli, e anche qui non delude: Andrea Migliucci, al suo debutto, restituisce con naturalezza il disagio emotivo del suo personaggio, il suo rifiuto di farsi coinvolgere in dinamiche che non gli appartengono, la fatica di trovare un linguaggio per esprimere quello che sente. Il regista coglie la sua irrequietezza attraverso dettagli: il corpo sempre in movimento, l’imbarazzo durante i colloqui con il giudice, il desiderio di evasione che si manifesta nel chiudersi in bagno o nel dialogare con un pappagallo, unica creatura che sembra davvero ascoltarlo. “Io sono un animale triste, sempre con le scarpe ai piedi”, dice Andrea, sintetizzando con innocenza una condizione di profonda infelicità.
Capuano filma tutto questo con uno stile libero, spiazzante, che alterna realismo a scarti onirici, momenti di verità documentaria ad altri quasi visionari. Improvvise interruzioni del racconto, come le immagini di bambini africani o l’apparizione di un cantante neomelodico in strada, servono a destabilizzare lo spettatore, a renderlo parte del caos emotivo che vivono i protagonisti. Spesso Marta e Guido si rivolgono direttamente alla macchina da presa, come in un confessionale, instaurando un rapporto diretto con chi guarda. È un cinema che rifiuta le convenzioni, che sovverte i codici, che scava dentro le contraddizioni senza offrire soluzioni facili.
Sulla scia dei suoi lavori più recenti, come Il buco in testa e Achille Tarallo, Capuano continua a esplorare le fratture interiori dei suoi personaggi, siano essi individui alla ricerca di un riscatto sociale o, come qui, anime perse in un labirinto affettivo. Vinicio Marchioni è straordinario nel restituire il disagio di Guido, con un’interpretazione fatta di tic, esitazioni, occhi inquieti che sembrano abitare un mondo parallelo. Teresa Saponangelo, ancora una volta musa del regista, è altrettanto intensa: la sua Marta è una donna lacerata, combattiva e fragile al tempo stesso, incapace di perdonare eppure ancora aggrappata a un passato che non vuole lasciarla andare.
Ma è nel finale che L’isola di Andrea trova il suo culmine emotivo. Mentre si fa spazio la stanchezza, la solitudine, il senso di sconfitta, Capuano concede un barlume di tenerezza e di speranza: sulle note di L’isola che non c’è di Edoardo Bennato, Andrea canta. Una scena che è insieme liberazione, dolore e sogno. Come se per un attimo si potesse davvero immaginare un altrove, un rifugio dove i conflitti tacciono, dove l’infanzia non è più solo campo di battaglia.
Dedicato alla moglie scomparsa, questo film è un testamento affettivo e politico. Parla della fatica di amare, della difficoltà di essere genitori, della fragilità degli equilibri familiari e del bisogno vitale di essere ascoltati. Antonio Capuano, con il suo stile inconfondibile, ci ricorda che il cinema può ancora essere un luogo di verità scomoda, di visione radicale e di struggente umanità.
Paola Canali