Al cinema dal 2 aprile con Trent Film
C’è un momento, ne Lo sguardo di Emma, in cui tutto sembra già deciso: il destino, il giudizio degli altri, perfino il corpo della protagonista. Ed è proprio lì che il film sceglie di deviare, di rompere la traiettoria prevista e trasformarsi in qualcosa di più di un semplice racconto storico: un atto di resistenza intimo, ostinato, profondamente umano.
Opera prima della regista svizzera Marie-Elsa Sgualdo, il film affonda le radici nella Svizzera degli anni Quaranta, un Paese ufficialmente neutrale ma attraversato da tensioni morali e contraddizioni laceranti. Sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale, non ci sono bombardamenti né trincee, ma una violenza più silenziosa e altrettanto devastante: quella sociale, culturale, patriarcale.
Emma, interpretata con sorprendente intensità dalla giovanissima Lila Gueneau, è una ragazza che lavora, studia quando può, sogna una vita diversa. Ma il mondo intorno a lei è costruito per contenerla, non per liberarla. Quando subisce una violenza che la segnerà per sempre, la sua storia prende una piega che potrebbe facilmente scivolare nel melodramma. E invece no.
Il film evita ogni scorciatoia emotiva e costruisce un percorso di crescita duro, scomodo, ma autentico. Emma non è mai raccontata come vittima passiva: è fragile, sì, ma anche lucida, ostinata, capace di trasformare il trauma in un punto di partenza. Non c’è retorica nella sua ribellione, solo una lenta presa di coscienza che la porta a interrogarsi su cosa significhi davvero essere libera.
Colpisce la capacità della regista di lavorare per sottrazione. La guerra resta ai margini, filtrata da una radio o da immagini fugaci – come quelle, potentissime, dei profughi ebrei respinti al confine. È un’assenza che pesa, che amplifica il senso di ingiustizia e rende ancora più evidente il parallelo tra la violenza storica e quella privata.
Il microcosmo del villaggio è costruito con precisione quasi chirurgica: un sistema chiuso, dove il giudizio collettivo è legge e l’ipocrisia si traveste da moralità. Gli uomini che orbitano attorno a Emma incarnano diverse sfumature di questo sistema: chi è incapace di assumersi responsabilità, chi offre soluzioni “riparatrici” senza comprendere davvero, chi osserva senza intervenire. Nessuno, davvero, è in grado di salvarla. E il film lo dice chiaramente: la salvezza, se arriva, è sempre autodeterminata.
In questo senso, Lo sguardo di Emma si inserisce in una tradizione di racconti al femminile che parlano di emancipazione senza idealizzarla. Il prezzo della libertà è alto, e il film non lo nasconde mai. Ma proprio in questa onestà risiede la sua forza.
Presentato nella sezione Spotlight della Mostra del Cinema di Venezia, il film si distingue per uno stile sobrio ma incisivo: primi piani che scavano nei volti, silenzi che dicono più delle parole, una narrazione che procede per accumulo emotivo piuttosto che per colpi di scena.
Alla fine, ciò che resta è una domanda aperta: quanto è costata, e quanto costa ancora oggi, la libertà per una donna? Lo sguardo di Emma non offre risposte semplici, ma costruisce un ritratto vibrante di chi ha avuto il coraggio di cercarle comunque. E lo fa con uno sguardo che, proprio come quello della sua protagonista, non si abbassa mai.
Paola Canali