Premio César a Pierre Lottin come migliore attore non protagonista, arriva al cinema dal 2 aprile con BIM Distribuzione
Trasporre sullo schermo Lo straniero di Albert Camus è sempre stata un’impresa ardua. Il romanzo, pubblicato nel 1942, continua a interrogare i lettori per la sua apparente semplicità, che cela invece un universo complesso di riflessioni sull’assurdo, sull’apatia e sul senso della vita. La figura di Meursault, distaccato e imprevedibile, sfugge a ogni interpretazione facile, rendendo la trasposizione cinematografica una sfida per qualsiasi regista.
Nel corso degli anni, grandi nomi del cinema si sono avvicinati al testo senza riuscire a completare il progetto: da Jean Renoir a Ingmar Bergman, fino a Luchino Visconti, la cui versione del 1967, seppur suggestiva, non convinse del tutto il pubblico né la critica. François Ozon, regista noto per la sua curiosità intellettuale e per la capacità di fondere sensibilità emotiva e riflessione culturale, affronta oggi il capolavoro camusiano con un approccio che unisce fedeltà al testo e personale interpretazione.
La scelta del bianco e nero, firmata da Manuel Dacosse, non è puramente estetica: Ozon lo utilizza per tradurre visivamente la percezione di Meursault, un mondo di contrasti netti dove il calore del sole, il piacere di una donna o il gusto di un bicchiere di vino coesistono con l’assenza di sentimenti profondi e con l’ineluttabilità della morte. L’occhio del regista cattura dettagli e sfumature, costruendo un racconto che non è mera sequenza di eventi ma esplorazione della coscienza di un uomo che vive ai margini delle convenzioni sociali.
Benjamin Voisin, interprete di Meursault, offre una prova di grande sottrazione emotiva, incarnando al tempo stesso noia, vulnerabilità e inquietudine. Al suo fianco, Rebecca Marder è il contrappunto sensuale ed emotivamente vibrante, mentre Pierre Lottin e Denis Lavant animano la vicenda con personaggi eccentrici e memorabili, capaci di accentuare l’alienazione del protagonista. La tensione morale e sociale si dipana soprattutto durante il processo, dove la condanna non è tanto per l’omicidio quanto per la mancanza di conformità, per il rifiuto delle norme, per l’indifferenza che spaventa chi governa e giudica.
Ozon non si limita a ricreare gli anni Trenta in Algeria: attraverso immagini di archivio e scelte stilistiche consapevoli, colloca la vicenda nel contesto più ampio della colonizzazione francese e della successiva guerra d’Algeria, suggerendo una lettura politica del testo. Il film diventa così un ponte tra passato e presente, tra l’esistenzialismo di Camus e la realtà storica e sociale che ne ha segnato l’eco.
Pur non essendo un adattamento perfetto, Lo straniero dimostra che il cinema può dialogare con la letteratura più difficile senza tradirne l’essenza. Ozon mantiene l’ambiguità, la freddezza e l’inaccessibilità di Meursault, offrendo però uno sguardo attento alle relazioni, al contesto storico e alle tensioni morali che attraversano la storia. È un film che, nel suo equilibrio tra fedeltà e libertà creativa, rende visibile l’invisibile: l’apatia che scuote, il silenzio che inquieta, l’indifferenza che diventa gesto di ribellione e testimonianza.
In definitiva, il lavoro di Ozon su Camus è un esempio di come un grande romanzo possa essere letto attraverso il cinema senza perdere il proprio mistero, mostrando come il silenzio, il distacco e la contemplazione dell’assurdo possano diventare materia cinematografica potente e contemporanea.
Ilaria Berlingeri