Dal 5 al 17 maggio, un classico incendiario diventa un’esperienza viscerale e contemporanea
C’è un testo che continua a disturbare, sedurre e mettere a disagio anche a distanza di secoli. È Peccato che fosse una sgualdrina di John Ford, tragedia che affonda senza esitazioni nelle zone più oscure dell’animo umano. E quando incontra la regia di Lorenzo Lavia, al Teatro Greco dal 5 al 17 maggio, diventa qualcosa di più di una semplice messa in scena: un viaggio disturbante e ipnotico dentro desiderio, potere e distruzione.
Lavia non arriva impreparato. Questo testo lo abita da anni, lo insegue, lo immagina. Quella che oggi prende forma sul palco è, in realtà, la terza “versione mentale” dello spettacolo: un processo lungo, quasi ossessivo, che ha portato il regista a riscriverne completamente la visione. La svolta? Una nuova traduzione, costruita parola per parola per liberarsi dalle interpretazioni precedenti e tornare all’essenza brutale dell’opera.
Qui non c’è spazio per romanticismi: l’incesto tra Giovanni e Annabella non è una storia d’amore proibita, ma un detonatore. È carne, ossessione, dominio. È il punto di partenza di una spirale che travolge tutti i personaggi, ciascuno portatore di una propria verità distorta. Intorno, un mondo che amplifica e riflette: fanatismo religioso, abuso di potere, paura del diverso.
La regia abbandona ogni tentazione accademica e si spinge verso un linguaggio sorprendente, quasi seriale. Lavia immagina lo spettacolo come una stagione teatrale di American Horror Story: non nel senso del soprannaturale, ma per la capacità di trasformare l’umano in qualcosa di mostruoso. Il vero orrore qui non è invisibile: è nei corpi, nelle parole, nelle relazioni.
Il cast corale dà vita a questo universo inquieto con precisione e intensità. Giorgio Crisafi è un Florio ambiguo e fragile, mentre Marial Bajma-Riva costruisce un’Annabella magnetica e tragica. Gabriele Anagni, nel ruolo di Giovanni, incarna un desiderio che diventa ossessione, mentre attorno a loro si muove una galleria di figure vibranti: servi, nobili, religiosi, tutti intrappolati nello stesso gioco crudele.
Le scene di Paola Castrignanò e i costumi di Mara Gentile contribuiscono a creare un ambiente sospeso, dove il tempo sembra collassare e ogni elemento visivo amplifica la tensione. Nulla è decorativo: tutto è funzionale a costruire un’esperienza immersiva, quasi claustrofobica.
Questo spettacolo non consola e non cerca consenso. Provoca, divide, costringe lo spettatore a confrontarsi con ciò che normalmente si evita. È teatro che graffia, che lascia un segno, che continua a lavorare anche dopo il sipario.
E forse è proprio questo il punto: non raccontare una storia, ma accendere una reazione.
Roberto Puntato