Domenica 31 maggio il concerto finale della rassegna dedicata alla grande musica organistica: tra Bach, Liszt e Franck, il maestro Matteo Helfer racconta il fascino senza tempo di uno strumento capace di unire spiritualità, tecnica ed emozione.
Uno strumento superbo, capace di evocare memorie d’infanzia e atmosfere sospese tra il sacro e la liturgia, spesso arricchite dal suono etereo delle voci bianche. Ma anche momenti di intensa commozione e profonda attenzione, dai quali è quasi impossibile non lasciarsi catturare. Eppure il repertorio organistico non si esaurisce affatto nella sola dimensione religiosa, alla quale troppo spesso viene superficialmente associato: custodisce invece un patrimonio musicale vastissimo, ricco di prestigio, fascino e straordinaria varietà espressiva.
Con lo scopo di riportare una forte attenzione verso il pubblico e gli interpreti del mondo organistico, volge al termine la rassegna Improbabylon, presso il Conservatorio di Santa Cecilia, inaugurata lo scorso 15 marzo. Un’esperienza di puro godimento della musica d’organo, con un titolo che ha unito, come un accattivante neologismo, le azioni più care al curatore: l’improvvisazione, da sempre anima del repertorio organistico, ma anche la libertà di comporre il programma. Un nome la cui originalità, vuole essere un po’ una metafora per regalare repertori e gusti eterogenei, che hanno rispecchiato fedelmente le personalità degli interpreti coinvolti.
Con il contributo di Paolo De Matthaeis e di Franco Zennaro, la rassegna ha regalato un ciclo di quattro concerti e una masterclass tenuti da Alberto Pavoni, ideatore e curatore dell’importante iniziativa, titolare della cattedra di Organo presso il Conservatorio stesso, Claudio Brizi, docente di Organo presso il Conservatorio di Perugia, e Daniel Sanmartin Nieto, eclettico musicista spagnolo, cresciuto proprio nella classe di Pavoni. Una grande partecipazione di pubblico, che ha permesso di promuovere anche la Sala Concerto di via dei Greci, e lo stesso organo Walcker-Tamburini, risalente al 1894, ampliato nel 1966 e ulteriormente ammodernato nel 2008. Un importante rilancio di questo luogo di incontro tra attività concertistica, ricerca e didattica, dedicata a uno degli strumenti più affascinanti e complessi della tradizione musicale.
Domenica 31 maggio, alle ore 17, Matteo Helfer concluderà questa prima edizione ad ingresso gratuito, con il concerto denominato Evoluzioni Estreme. Nato nella Capitale, dal 1999 è docente titolare della cattedra di Organo e composizione organistica, presso il Conservatorio “A. Scarlatti” di Palermo.
Nel repertorio scelto esplorerà il tardo romanticismo, accostando J. S. Bach e C. Franck, come il sinfonismo di Marco Enrico Bossi, per terminare con il virtuosismo trascendentale di Franz Liszt e le visioni contemporanee di Jean Guillou. Una carriera che dura da decenni, che lo ha portato ad eseguire oltre quattrocento concerti, eseguiti per conto di varie istituzioni concertistiche in Europa, Stati Uniti, Messico, Giappone, come nel nostro Paese.
La critica ne ha riconosciuto le straordinarie capacità tecniche e la profonda musicalità, dimostrando un particolare favore per la serie di concerti tenuti a Monterrey, a capo dell’Orchestra Sinfonica OS – UANL nel settembre del 2000.
Intervista al maestro Matteo Helfer
Tanta passione e tanta esperienza: come nasce questa piacevole fagocitosi tra le note?
Risale a quando, da bambino, andando a messa nella mia parrocchia di S. Roberto Bellarmino, restavo totalmente affascinato da questo suono che non si capiva bene da dove provenisse. Lo ricordo ancora oggi che sono passati ormai quasi sessant’anni. In particolare ricordo con molta nitidezza il suono dei bassi, dei suoni gravi, che riempivano tutta la chiesa ed era una sensazione meravigliosa. Tutti questi colori, questo fascino, questo mistero cui tuttora rimango molto legato. Un colore speciale, che a livello timbrico, contraddistingue questo strumento. Ricordo molto bene questa sensazione fisica e da lì questa grandissima curiosità, poi diventata una passione che ormai è quasi lo scopo della mia vita.
Come si è evoluto questo strumento e soprattutto, come è cambiato il suo approccio nel corso di questi decenni?
Lo strumento è antichissimo e risale a molti secoli avanti Cristo. Ci sono prove concrete sull’argomento e ha avuto una gigantesca evoluzione. Dal mio punto di vista è molto affascinante e ha beneficiato dell’applicazione delle più moderne tecnologie, sempre contemporanee. Se si pensa soltanto al materiale che è necessario per costruire un organo, dal legno, ai metalli, alla fusione degli stessi, alla creazione di canne enormi per riprodurre un solo suono. Per ottenere quel suono si usano cento chilogrammi di stagno o di piombo. L’organo è una macchina che respira; per coloro che non lo hanno mai visto, se entrassero al suo interno, resterebbero sicuramente stupiti, poiché non sembra nemmeno una macchina. Con i mantici che respirano, i tubi sonori che sono le canne, hanno un’anima viva, più che una macchina sembra un essere vivente. Ne esistono di piccoli, ma possono raggiungere delle dimensioni gigantesche che sono poi i miei preferiti. L’organo rimane uno strumento che ha beneficiato e ancor oggi continua a beneficiare di grande sperimentazione. Gli organari, costruttori che realizzano questi strumenti, continuano ad applicare nuove tecnologie, con molta fantasia. Lo stesso mio maestro, Jhang Yu, oltre a essere stato un organista, è stato un grandissimo appassionato proprio dell’aspetto tecnico, inventandosi dei registi e colori particolari.
Nel suo vasto repertorio, c’è un compositore cui si sente più legato, e quando suona, l’emozione è per lei una sfida spirituale sempre nuova?
Sì, quando si suona in pubblico è sempre come se fosse la prima volta. Johann Sebastian Bach è certamente il riferimento per tutti gli organisti, il faro, la stella polare, il sommo tra i sommi. Poi c’è il repertorio tardo romantico e, senza distanziarmi troppo, la mia predilezione per Franz Liszt, per il suo legame con l’Italia e con l’organo, ma anche per via delle sue produzioni sinfoniche, anche pianistiche, che ho eseguito in altre circostanze. Però adoro anche CésarFranck, di cui ho trascritto le ultime tre composizioni per piano di orchestra, che scrisse prima di morire, le quali sono già state eseguite, ma verranno replicate anche l’anno prossimo. Un compositore purtroppo ancora poco conosciuto, rispetto a quanto, a mio modestissimo avviso,dovrebbe essere.
Quale differenza di emozioni percepisce, quando suona in contesti diversi, come può essere una Sala Concerto o all’interno di una Basilica?
Una sala concerto normalmente ha una acustica particolare, soprattutto più curata e controllata, come sarà quella del conservatorio di Santa Cecilia, che è stato peraltro rinnovato in modo ottimale ed anche molto funzionale, sotto il profilo della risposta acustica. Quando si suona in una chiesa bisogna avere un approccio completamente differente, come in un auditorium, proprio in virtù del concetto di farsi capire. Molto spesso è anche una delle cause per cui l’organo si ritrova un po’ lontano dal pubblico o viceversa. Anche se l’organista suona benissimo, ma suona troppo veloce o troppo poco articolato, è come se una persona parlasse troppo velocemente e l’interlocutore, che si trova lontano, capisce una parola su dieci. Tutto ciò crea un grossissimo problema e la mia preoccupazione fondamentale è quella di farmi capire. Sono molto affezionato a questo tipo di concetto, cioè l’intelligibilità di quello che si va a suonare: l’ascoltatore deve capire, questa è la fondamentale differenza. Poi ovviamente le architetture delle nostre chiese sono diverse dalle chiese gotiche che si trovano nel Nord Europa o da quelle con all’interno altri materiali. Nelle chiese gotiche degli Stati Uniti si usa moltissimo legno e moquette. Purtroppo devo dire che sono molto dispiaciuto, come molti miei colleghi, che all’Auditorium Parco della Musica, in nessuna delle tre sale, non sia presente un organo a canne. In quasi tutti gli auditorium del mondo è presente, a Roma no. Quando è necessario si utilizza l’organo elettronico, ma non è la stessa cosa. Penso sia stato lanciato un segnale di forte disinteresse.
Come vede il futuro di questo strumento, ritiene che riuscirà ancora a comunicare con il pubblico delle nuove generazioni?
Sì, ho una prospettiva positiva; ci sono moltissimi giovani che sono interessati e si stanno avvicinando all’organo. Molto merito va anche agli odierni sistemi di comunicazione, mi riferisco a YouTube e affini, dove una persona registra e l’altra vede quasi in tempo reale. Poi cominciano anche a fare la trascrizione di qualche pezzo contemporaneo, magari un po’ più leggero, o di qualche colonna sonora, che certamente non è il mio ambito, ma comunque si riesce a calamitare l’interesse di tanti giovani. Mi hanno raccontato di un concerto tenutosi a Berlino, da una giovane organista inglese, che hanno dovuto replicare, con tanto di polizia che veniva a sistemare il traffico perché tantissima gente voleva assistere. Hanno dovuto effettuare due repliche nella stessa giornata. Un segnale di buone prospettive per il futuro di questo strumento.
Alessandra Broglia