Un Casanova crepuscolare e visionario: non il seduttore, ma un uomo che lotta contro il tempo e l’oblio. Scritto da Fabrizio Sinisi e diretto da Fabio Condemi, ha per protagonista Sandro Lombardi
Dimenticate il Casanova brillante, scandaloso, instancabile. Sul palco del Teatro Vascello, dal 13 al 17 maggio, prende forma una figura completamente diversa: fragile, disillusa, quasi in rovina. Lo spettacolo Casanova, scritto da Fabrizio Sinisi e diretto da Fabio Condemi, ribalta il mito e lo trasforma in un viaggio perturbante dentro la memoria.
A incarnarlo è Sandro Lombardi, presenza magnetica della scena italiana, che restituisce un Casanova lontano dall’icona libertina: qui è un uomo al tramonto, confinato in una biblioteca di provincia, mentre il mondo che aveva attraversato con audacia si dissolve senza di lui.
Siamo nell’inverno del 1798. Un medico esperto di mesmerismo viene chiamato per curare una perdita di memoria che è molto più di un sintomo: è una crepa nell’identità. Ma ciò che emerge durante la seduta non è un archivio ordinato di ricordi. Sono visioni. Fantasmi. Frammenti che non coincidono con la storia ufficiale scritta nei Mémoires.
Il passato si deforma, si reinventa, si ribella.
Accanto a Lombardi si muove un cast che attraversa queste apparizioni come presenze sospese: Marco Cavalcoli è un mesmerista ambiguo, guida e forse inganno; Simona De Leo dà corpo a Henriette, amore impossibile e irrimediabilmente sfocato; Alberto Marcello interpreta un Voltaire ironico e distante, quasi voce fuori campo di un secolo in frantumi; mentre Betti Pedrazzi incarna l’enigmatica Marchesa D’Urfé, figura sospesa tra esoterismo e ossessione.
Non è una narrazione lineare, ma una “sonata di fantasmi”, come la definisce lo stesso Sinisi. Ogni personaggio è un crocevia, una possibilità non compiuta, un ricordo che non smette di fare male. Perché, come suggerisce il testo, si ricorda davvero solo ciò che continua a ferire.
La regia di Condemi amplifica questa dimensione onirica: il tempo non scorre, si avvolge su sé stesso. Il teatro diventa un rituale in cui vivi e morti si incontrano, dove il passato non è mai davvero passato. In questo spazio sospeso, Casanova non cerca più di rivivere — cerca, forse, di liberarsi.
E qui sta il cuore dello spettacolo: la memoria non come salvezza, ma come condanna.
Attraverso la figura di Giacomo Casanova, lo spettacolo riflette su un’intera epoca — il Settecento — colta nel momento in cui si incrina. È il secolo dei Lumi, della ragione, delle rivoluzioni. Ma è anche il secolo in cui le certezze crollano: dalla fede nel divino alla fiducia in un ordine del mondo.
Casanova diventa così più di un uomo: è una soglia. Un punto di passaggio tra ciò che finisce e ciò che inizia.
E mentre le luci (firmate da Giulia Pastore) e le sonorità immersive di Andrea Gianessi costruiscono un ambiente instabile e sensoriale, lo spettatore viene trascinato dentro una domanda scomoda: è davvero la memoria ciò che ci definisce? O, arrivati alla fine, l’unico sollievo possibile è dimenticare?
In un’epoca ossessionata dal conservare tutto, questo Casanova suggerisce qualcosa di radicale: forse non tutto merita di essere ricordato. E forse, proprio nell’oblio, si nasconde una forma estrema di libertà.
Alberto Leali