Candidato a 9 premi Oscar fra cui miglior film e migliore attore protagonista e vincitore del Golden Globe per il miglior attore in un film commedia o musicale, arriva al cinema dal 22 novembre con I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection
Marty Supreme si conferma come uno dei progetti cinematografici più ambiziosi e sorprendenti degli ultimi anni, capace di attirare l’attenzione non solo per i nomi coinvolti, ma soprattutto per la radicalità del suo sguardo. Josh Safdie, per la prima volta senza il fratello Benny, firma un’opera che mantiene intatta l’energia febbrile del loro cinema, spingendola però verso territori ancora più personali e visionari. Ambientato nella New York dell’immediato dopoguerra, il film restituisce un’America inquieta, attraversata da tensioni sociali, desideri di riscatto e illusioni di grandezza, facendo del ping-pong un’arena simbolica dove si giocano ambizione, identità e sopravvivenza.
Il protagonista è Marty Mauser, figura larger than life ispirata al campione reale Marty Reisman. Di giorno venditore di scarpe, di notte talento prodigioso del tennis da tavolo, Marty incarna la fame di successo di chi parte dalla working class e sogna un’ascesa sociale senza compromessi. È un personaggio che vive di scommesse, di eccessi, di una fiducia in sé stesso tanto incrollabile quanto autodistruttiva. Quando vola a Londra per il campionato mondiale, convinto di poter conquistare il titolo, la clamorosa sconfitta contro Endo, giovane prodigio giapponese, assume un valore che va oltre lo sport: è il simbolo di un mondo che gli sfugge di mano, di una rivincita rimandata che si trasforma in ossessione. Da quel momento, ogni scelta di Marty è guidata dal bisogno di dimostrare qualcosa al mondo intero, e forse persino a Dio.
La parabola del personaggio si sviluppa come una corsa senza freni. Tra tornei clandestini, debiti, relazioni consumate di nascosto e un ambiente popolato da figure ambigue e predatrici, Marty attraversa il film come un corpo in perenne agitazione. New York, da sempre cuore pulsante dell’immaginario dei Safdie, non è semplice sfondo ma organismo vivo che amplifica il suo stato mentale. Marty è sempre in movimento, parla troppo, promette troppo, scommette continuamente su sé stesso. Il suo obiettivo è chiaro e apparentemente semplice: diventare il migliore, estinguere i debiti, conquistare una felicità che immagina come definitiva. Ma Safdie costruisce il racconto affinché questo progetto, così limpido nella sua formulazione, finisca inevitabilmente per ritorcersi contro di lui.
In questo vortice narrativo, Timothée Chalamet offre una prova che segna un punto di svolta nella sua carriera. Lontano dai ruoli eleganti e introspettivi che lo hanno reso celebre, l’attore si consegna completamente al personaggio, occupando la scena per oltre due ore con un’energia quasi sfrontata. Occhiali rotondi, baffetti sottili, atteggiamento vanaglorioso e insieme disperato: Chalamet lavora sul corpo e sulla voce fino a confondere i confini tra interpretazione e incarnazione. Marty non è mai simpatico in senso tradizionale, ma è magnetico, ingestibile, spesso respingente. Proprio come Howard Ratner di Diamanti grezzi, è un magnifico perdente, un giocatore d’azzardo incapace di fermarsi, che preferisce rischiare tutto piuttosto che accettare un’esistenza ordinaria.
La regia di Safdie asseconda e amplifica questa deriva. Marty Supreme è un film ipercinetico, fluido, costantemente proiettato in avanti, attraversato da una tensione che non concede tregua. A differenza di altri racconti sportivi, qui la competizione non è mai solo un obiettivo da raggiungere, ma una condizione esistenziale. Il ping-pong, sport apparentemente innocuo e marginale, diventa sorprendentemente spettacolare, carico di adrenalina, degno del grande schermo. La messa in scena, sostenuta dalla fotografia di Darius Khondji, costruisce un’estetica serrata e immersiva, capace di trasformare la frenesia in linguaggio cinematografico.
Anche le scelte musicali contribuiscono a questa sensazione di straniamento. L’uso di brani anacronistici, come l’apertura sulle note di “Forever Young” degli Alphaville, può inizialmente spiazzare, ma finisce per rafforzare il carattere quasi fiabesco e fantasmagorico del racconto. Le composizioni elettroniche di Daniel Lopatin aggiungono una dimensione cosmica e sospesa, trasformando la storia di Marty in una riflessione sul sogno americano e sulla sua persistenza, anche quando sembra del tutto fuori tempo massimo.
Sotto la superficie del racconto sportivo, il film affonda le radici in una riflessione identitaria più profonda. Marty è ebreo, figlio della working class, come molti personaggi dell’universo safdiano. Safdie torna a interrogarsi sull’ebraismo americano, sul senso di colpa, sulla sfida al destino e alla casualità dell’esistenza. Per Marty, il gioco diventa una forma di ribellione metafisica: vincere significa elevarsi al di sopra del caso, dimostrare che il talento e la volontà possono piegare un mondo che sembra strutturalmente ostile. Ma questa sfida, portata all’estremo, assume i contorni di una discesa agli inferi, tra figure minacciose, deviazioni notturne e una violenza latente che richiama il cinema di Ferrara e Scorsese, ma senza mai scadere nell’imitazione.
Marty Supreme è un film eccessivo, caotico, a tratti stordente, che procede per accumulo più che per spiegazione. Safdie non cerca di rendere il suo protagonista psicologicamente trasparente, né di offrirne un giudizio morale. Al contrario, lo spinge fino alla trasfigurazione, lasciando che sia il flusso incessante di azioni, errori e desideri a definirlo. Anche quando la frenesia si tinge di malinconia, il mistero resta intatto, inquietante e seducente allo stesso tempo.
In definitiva, Marty Supreme non è soltanto il ritratto di un campione improbabile, ma la storia di un uomo nato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con il talento “sbagliato” per diventare una leggenda. È un’opera formalmente e tematicamente audace, che utilizza lo sport come pretesto per raccontare la fuga dall’età adulta, l’ossessione per la vittoria e il bisogno disperato di sentirsi vivi. E in questo turbine di energia e autodistruzione, il “miracolo” di Timothée Chalamet trova la sua consacrazione definitiva.
Federica Rizzo