Al cinema dal 22 gennaio distribuito da Eagle Pictures
Timur Bekmambetov torna dietro la macchina da presa dopo alcuni anni di attività prevalentemente produttiva e lo fa con Mercy: sotto accusa, un film che sembra nascere da un’esigenza precisa: rimettere in discussione il suo stesso cinema. Dopo essere stato uno dei principali teorici e sperimentatori dello screen life cinema — quel linguaggio che racconta storie esclusivamente attraverso schermi, dispositivi e interfacce digitali — Bekmambetov sembra qui voler allargare l’orizzonte, rompere la cornice, cercare aria fuori dallo schermo senza però rinnegarlo del tutto.
Ambientato in una Los Angeles di un futuro molto prossimo, Mercy immagina un sistema giudiziario completamente delegato a un’intelligenza artificiale. Il cosiddetto “Sistema Mercy” non si limita a valutare prove: è giudice, giuria ed esecutore della sentenza. Gli imputati, considerati colpevoli per default, hanno novanta minuti per dimostrare la propria innocenza ripercorrendo digitalmente il processo, analizzando dati, immagini, comunicazioni, tracce elettroniche della loro vita. Allo scadere del tempo, la condanna diventa definitiva.
A finire intrappolato su quella sedia è Chris Raven, detective accusato dell’omicidio della moglie. Chris Pratt interpreta un protagonista insolitamente fragile e nervoso, lontano dall’eroe d’azione granitico a cui il suo cinema ci ha abituati. Raven è un uomo in frantumi, schiacciato dal tempo che scorre e da una macchina che non conosce empatia. La sua lotta non è solo contro l’accusa, ma contro un sistema che riduce l’essere umano a una somma di dati.
Il film gioca apertamente con l’idea di claustrofobia: gran parte dell’azione è confinata in uno spazio chiuso, ma Bekmambetov riesce a trasformare questo limite in una risorsa. Attraverso body cam, droni, telecamere di sorveglianza, archivi digitali, ricostruzioni immersive e flussi di immagini sovrapposte, Mercy costruisce uno spazio narrativo in continuo movimento. Non è un semplice desktop movie: è un film che usa gli schermi per uscire dagli schermi, che prova a ridare corpo e profondità a immagini nate per essere piatte.
La presenza dell’intelligenza artificiale, doppiata e incarnata da una glaciale Rebecca Ferguson, è uno degli elementi più inquietanti del film. Il suo Mercy non alza mai la voce, non mostra emozioni, non dubita. Ed è proprio questa calma assoluta a rendere il meccanismo disturbante: la morte diventa una procedura amministrativa, spiegata con tono neutro mentre il conto alla rovescia continua a scorrere. Il riferimento a Minority Report è evidente, ma Bekmambetov sceglie una strada meno spettacolare e più aderente al nostro presente, fatto di algoritmi, profilazioni e tracce digitali impossibili da cancellare.
Il ritmo è sostenuto, la tensione non cala quasi mai e alcuni snodi narrativi riescono davvero a sorprendere. Mercy: sotto accusa non è un film perfetto e non ambisce a rivoluzionare il genere. A tratti emerge la sensazione di trovarsi davanti a un laboratorio, a un gioco di forme che rischia di compiacersi della propria idea. Eppure è proprio questa sua irrequietezza a renderlo interessante. Bekmambetov sembra voler dimostrare che il cinema nato sugli schermi può sopravvivere anche oltre di essi, contaminarsi con l’action, il thriller, il melodramma, e ritrovare il gusto del colpo di scena e della fisicità.
Forse Mercy non conquisterà tutti né diventerà un grande successo commerciale, ma è un film che sa intrattenere e far riflettere, che tiene lo spettatore sotto pressione fino all’ultimo minuto e che pone domande tutt’altro che rassicuranti sul nostro rapporto con la tecnologia e con il concetto stesso di giustizia. Un ritorno alla regia che non chiude un percorso, ma lo rimette in movimento.
Maria Grande