Il realismo diventa esperienza condivisa tra scultura, fotografia e desiderio contemporaneo
Alla Gagosian, dall’11 febbraio all’11 aprile 2026, la mostra Mirrored Fiction apre uno spazio di riflessione potente e stratificato sul concetto di “reale”, mettendo in dialogo le sculture iperrealistiche di Duane Hanson con le opere di artisti come Felix Gonzalez-Torres, Andreas Gursky e Jeff Koons. Ne emerge un percorso corale che attraversa media diversi per interrogare il modo in cui la realtà viene costruita, osservata e consumata nello spazio sociale contemporaneo.
Il punto di partenza è il Realismo, ma non inteso come semplice imitazione del mondo visibile. Qui il reale è un dispositivo: viene messo in scena attraverso il corpo, filtrato dalle immagini e riflesso negli oggetti della vita quotidiana. Pur partendo da posizioni e linguaggi differenti, gli artisti coinvolti condividono un’attenzione comune verso la forma, i materiali ordinari e i meccanismi della rappresentazione, trasformando ciò che è familiare in qualcosa di perturbante e rivelatore.
Al centro della mostra si collocano le celebri sculture di Duane Hanson, figure di americani comuni realizzate in bronzo dipinto con una precisione quasi disarmante. Nate nel clima di rinnovato interesse per la figurazione che accompagna l’ascesa della Pop Art, queste opere sembrano bloccare il tempo su gesti e posture quotidiane, elevandoli a monumenti silenziosi. Hanson lavora sul confine sottile tra presenza reale e artificio: le sue figure non sono solo oggetti da osservare, ma presenze che osservano a loro volta, testimoni dell’esperienza dello spettatore. Spesso prive di idealizzazione, talvolta persino scomode, mantengono però una profonda umanità, capace di toccare temi sociali e politici ancora attuali.
Un esempio emblematico è Window Washer (1984), che raffigura un giovane lavavetri colto in una pausa del lavoro, con indosso abiti macchiati e un secchio di plastica ai piedi. Collocata al centro dello spazio ovale della galleria, la scultura dialoga con Politik II (2020) di Andreas Gursky, installata sulla parete retrostante. La fotografia monumentale di Gursky mostra tredici politici tedeschi, tra cui Angela Merkel, disposti secondo la composizione dell’Ultima Cena leonardesca. Sullo sfondo compare anche il dipinto Five Past Eleven (1989) di Ed Ruscha, in cui un orologio interseca un palo di bambù. Questo accostamento inatteso mette in relazione il microcosmo del lavoro manuale con i grandi sistemi di potere, rielaborando l’attenzione di Hanson per le classi sociali e quella di Gursky per le strutture che le organizzano.
Il tema del riflesso – fisico e simbolico – trova un’ulteriore declinazione in Donkey (1999) di Jeff Koons, dalla serie Easyfun. La testa stilizzata di un animale da cartone animato, realizzata in acciaio inossidabile lucidato a specchio, cattura e restituisce l’immagine dello spettatore, ampliando visivamente lo spazio della galleria. L’opera evoca un immaginario infantile e apparentemente leggero, ma la superficie riflettente introduce questioni più complesse legate al desiderio, all’auto-riconoscimento e al consumismo. Il rimando al “momento dello specchio” teorizzato da Jacques Lacan suggerisce come l’identità si costruisca anche attraverso un processo di alienazione.
Non è casuale che Donkey sia esposta di fronte a Bodybuilder (1989–90) di Hanson: una figura maschile iperdefinita, abbronzata e sotto sforzo, che incarna un ideale di forza e narcisismo corporeo. Il confronto tra le due opere crea una tensione ironica e critica, mettendo in luce come il corpo, reale o riflesso, diventi un luogo di proiezione dei desideri contemporanei.
Mirrored Fiction si configura così come un’esperienza immersiva e dialogica, in cui il visitatore è chiamato a riconoscersi, letteralmente e metaforicamente, nelle opere esposte. Tra iperrealismo e riflessione concettuale, la mostra invita a interrogarsi su ciò che definiamo “reale” e su come, oggi, questo reale venga continuamente rispecchiato, deformato e restituito dall’arte.
Alberto Leali