Al cinema dal 18 febbraio con 01 Distribution
Con Missione Shelter, Jason Statham torna a vestire i panni che il pubblico conosce fin troppo bene e continua ad amare senza riserve. Questa volta è Michael Mason, ex soldato delle forze speciali ritiratosi su un’isola sperduta delle Ebridi scozzesi, dove vive come guardiano di un faro insieme al suo cane, lontano dal mondo e dai fantasmi di un passato che non ha mai davvero smesso di inseguirlo. L’illusione dell’isolamento si infrange quando salva dalla tempesta la giovane Jesse, nipote dell’uomo che gli porta i viveri ogni settimana. Da quel momento, la solitudine scelta diventa un lusso impossibile.
Non passa molto prima che un commando armato sbarchi sull’isola con l’ordine di eliminarlo. Dietro l’operazione si muove l’ex capo dell’intelligence britannica, figura ambigua che ha manipolato identità e dossier per vendicarsi di Mason, colpevole di aver disobbedito a un ordine illegittimo anni prima. Costretto a fuggire insieme alla ragazza, il protagonista rientra nel mondo che aveva cercato di lasciarsi alle spalle. E lo fa come sa fare meglio: combattendo.
La struttura narrativa non si discosta troppo dal canovaccio che ha trasformato Statham in un marchio di fabbrica: uomo apparentemente anonimo, passato militare segreto, codice morale inflessibile, esplosione di violenza calibrata contro schiere di antagonisti. È una formula che richiama titoli come The Transporter, The Beekeeper o A Working Man, e che qui trova un’ulteriore declinazione. Ma parlare di ripetizione sarebbe riduttivo: Statham incarna ormai un archetipo, un sottogenere vivente dell’action contemporaneo. Il pubblico non cerca sorprese radicali, bensì l’efficacia del rituale — e Missione Shelter mantiene la promessa.
Alla regia c’è Ric Roman Waugh, veterano degli stunt passato dietro la macchina da presa con thriller muscolari come Snitch e Greenland. L’esperienza si avverte soprattutto nella prima parte, ambientata sull’isola: il vento che sferza il faro, le scogliere battute dalla pioggia, l’interno spoglio della torre contribuiscono a costruire un’atmosfera ruvida, quasi primordiale. L’azione è fisica, concreta, mai eccessivamente digitalizzata. Gli scontri corpo a corpo e le sparatorie — inclusa una sequenza in un nightclub che evita virtuosismi gratuiti — privilegiano tensione e chiarezza visiva.
Statham affronta il ruolo con la consueta economia espressiva: volto impassibile, sguardo basso, movimenti essenziali. Il suo Mason è un “strumento di precisione”, come lo definisce il suo antagonista, ma sotto la scorza affiora una malinconia trattenuta. Il corpo, asciutto e allenato, non è mai esibito come feticcio: è un mezzo funzionale, segnato dalla fatica di chi ha visto troppo. In questa dimensione quasi analogica, l’attore richiama tanto gli eroi granitici degli anni Ottanta quanto i poliziotti disillusi del cinema americano anni Settanta.
A distinguere il film da molte altre produzioni analoghe è però la relazione tra Mason e Jesse, interpretata con sorprendente intensità da Bodhi Rae Breathnach. Il loro rapporto evolve gradualmente in una dinamica quasi filiale che incrina la corazza emotiva del protagonista. Non si tratta di un semplice espediente per “umanizzare” l’eroe, ma di un contrappunto che introduce una posta emotiva reale: proteggere la ragazza non è solo un dovere morale, è l’occasione per riappropriarsi di una parte di sé rimasta in sospeso.
Il cast di supporto — con presenze autorevoli come Bill Nighy, Harriet Walter e Naomi Ackie — conferisce ulteriore spessore a un impianto altrimenti votato alla pura adrenalina. Le loro apparizioni, pur funzionali alla trama, aggiungono una sfumatura istituzionale e politica che amplia il raggio dell’intreccio, trasformando la caccia all’uomo in uno scontro tra coscienza individuale e potere.
I limiti? L’intercambiabilità di alcuni snodi narrativi e la prevedibilità di certi sviluppi. Ma Missione Shelter non concede tregua né tempi morti: procede compatto, diretto, fedele alla propria natura ludica. In un panorama action sempre più incline all’eccesso coreografico o all’ironia metacinematografica, Statham continua a percorrere la sua strada con coerenza quasi ostinata. Ancora una volta, con sentimento. E con parecchi calci ben assestati.
Ilaria Berlingeri