Al cinema dal 14 maggio distribuito da I Wonder Pictures in collaborazione con Wise Pictures
David Lowery firma con Mother Mary il suo film più ambiguo, febbrile e seducente: un melodramma gotico travestito da backstage movie, un horror emotivo che usa il pop come una liturgia e la moda come un atto di possessione. Non è il classico racconto sulla caduta e rinascita di una star. È qualcosa di più inquieto e stratificato: un viaggio dentro il corpo svuotato dell’icona contemporanea.
Mother Mary, superstar planetaria dalla presenza quasi sacrale, riemerge dopo anni di assenza seguiti a un incidente traumatico avvenuto durante un concerto. Deve tornare sul palco, ma prima ha bisogno dell’unica persona capace di “ricucirla” davvero: Sam Anselm, stilista visionaria, ex collaboratrice, ex complice, forse ex amante spirituale. Una donna che non le perdona l’abbandono e che tuttavia continua ad abitare ogni frammento della sua immagine pubblica.
L’incontro tra le due è il cuore pulsante del film. Lowery lo mette in scena come una seduta medianica. L’atelier di Sam non sembra un laboratorio di moda ma una cattedrale nascosta, un antro alchemico in cui gli abiti non vengono cuciti: vengono evocati. Ogni tessuto assorbe memoria, colpa, desiderio. Ogni cucitura sembra incidere carne viva.
Anne Hathaway interpreta Mother Mary con una vulnerabilità sorprendente. Quando appare davanti alle folle oceaniche è divina, inaccessibile, quasi mitologica; ma appena scende dal palco il corpo collassa, la voce si incrina, il trucco diventa una maschera esausta. Hathaway lavora per sottrazione, lasciando emergere una donna divorata dal proprio stesso simulacro.
Eppure è Michaela Coel a dominare il film. La sua Sam Anselm possiede qualcosa di ipnotico: parla come una sacerdotessa ferita, guarda come se vedesse oltre la pelle delle persone. Coel modula ogni silenzio con precisione magnetica, trasformando il personaggio in una presenza quasi soprannaturale. Non è soltanto una stilista: è la custode dell’identità di Mary, la persona che l’ha inventata e che ora pretende di smontarla pezzo per pezzo.
Lowery costruisce così un’opera che cambia continuamente forma. All’inizio sembra un dramma psicologico quasi teatrale, chiuso in spazi umidi e claustrofobici; poi il film si apre a derive visionarie dove il musical, l’horror gotico e il simbolismo religioso si contaminano senza pudore. Spine, veli scarlatti, corpi attraversati dal dolore, rituali che ricordano tanto l’eucarestia quanto l’occultismo: tutto in Mother Mary parla della trasformazione della sofferenza in spettacolo.
Il regista non teme l’eccesso, anzi lo abbraccia. Le immagini dei concerti hanno l’intensità di una messa pagana: il pubblico non assiste, adora. Mother Mary non canta soltanto — officiante di un culto pop, distribuisce emozioni come fossero sacramenti. E il film suggerisce con lucidità feroce che la celebrità contemporanea funziona esattamente così: consumiamo artisti come figure religiose, pretendendo da loro autenticità assoluta mentre li trasformiamo in prodotti.
Anche la colonna sonora contribuisce a questa atmosfera febbrile. I brani firmati da Charli XCX, Jack Antonoff e FKA Twigs oscillano tra pop liturgico ed elettronica spettrale, costruendo un’identità sonora che rende credibile la grandezza di Mother Mary come fenomeno culturale. Hathaway stessa canta con intensità sorprendente, regalando ai pezzi una malinconia consumata che amplifica il senso di fine imminente.
Non tutto è perfetto: Lowery a volte si perde nei propri simbolismi e alcune intuizioni restano volutamente irrisolte. Ma è proprio questa natura sfuggente a rendere Mother Mary un’esperienza rara. È un film che non cerca mai di essere accomodante; preferisce insinuarsi sotto pelle, lasciare immagini aperte, evocare invece di spiegare.
Più che raccontare la crisi di una popstar, Mother Mary mette in scena il funerale dell’identità pubblica e il disperato tentativo di ricostruirla. È cinema che vibra di dolore, desiderio e ossessione artistica. Un’opera imperfetta ma magnetica, che trasforma il glamour in ferita e il palcoscenico in un altare sacrificale.
Ilaria Berlingeri