L’infanzia come lente politica e ferita privata: l’esordio nel lungometraggio di Akinola Davies Jr. tra memoria familiare e trauma nazionale. Al cinema dal 6 febbraio distribuito da MUBI
Cinque anni dopo l’affermazione internazionale con il corto Lizard, Akinola Davies Jr. firma il suo primo lungometraggio con My Father’s Shadow, un’opera che guarda al passato per interrogare tanto la storia collettiva quanto una vicenda profondamente intima. Presentato in Un Certain Regard al Festival di Cannes, dove ha ricevuto una menzione speciale per la Caméra d’Or, il film ha ottenuto anche il Premio per la Miglior Regia ai British Independent Film Awards 2025, per il Miglior Regista Esordiente a Akinola Davies Jr. e per il Migliore Attore Protagonista a Ṣọpẹ́ Dìrísù ai Gotham Awards 2025.
Ambientato nella Nigeria del 1993, nel giorno cruciale delle prime elezioni democratiche poi brutalmente annullate, My Father’s Shadow racconta una sola giornata nella vita di due fratelli, Remi e Akin, che accompagnano il padre Folarin in un viaggio verso Lagos. Quella che per i bambini appare inizialmente come un’avventura inattesa diventa progressivamente un attraversamento carico di tensione, in cui la promessa di un futuro migliore si sgretola sotto il peso della repressione politica.
Davies Jr. sceglie di filtrare un evento storico decisivo attraverso lo sguardo infantile, evitando la retorica del racconto politico diretto. La Nigeria che emerge non è spiegata, ma percepita: nei rumori, nei corpi, negli sguardi allarmati degli adulti, nei militari che occupano lo spazio urbano come una presenza costante e minacciosa. I bambini non comprendono appieno ciò che sta accadendo, e proprio questa distanza cognitiva amplifica il senso di smarrimento e precarietà.
Il cuore emotivo del film è la figura del padre, interpretata con notevole intensità da Ṣọpẹ́ Dìrísù. Folarin è un uomo sospeso: tra orgoglio e frustrazione, presenza e assenza, slancio ideale e impotenza materiale. Il suo tentativo di recuperare mesi di salario arretrato si intreccia alla speranza politica riposta nel candidato Abiola, rendendo la sua parabola personale inseparabile da quella del paese. È un padre amato e temuto, fragile e autoritario, capace di momenti di tenerezza improvvisa quanto di silenzi dolorosi.
La regia si muove a un’altezza costante: quella dei bambini. La macchina da presa resta vicina ai corpi, agli occhi, agli spostamenti incerti dei protagonisti, costruendo un rapporto fisico con lo spazio. Lagos appare come un organismo vivo e contraddittorio, fatto di mercati affollati, bar rumorosi, strade attraversate da veicoli militari e improvvisi scorci di quiete. La città non è mai semplice sfondo, ma forza attiva che condiziona le emozioni e le traiettorie dei personaggi.
Davies Jr. intreccia immagini di finzione con materiali d’archivio, creando un dialogo continuo tra memoria individuale e storia nazionale. Questa scelta rafforza l’idea di un ricordo rielaborato, mai completamente stabile, in cui ciò che è stato vissuto si mescola a ciò che è stato immaginato o raccontato. Il film assume così la forma di una ricostruzione emotiva più che di una cronaca, fedele non tanto ai fatti quanto alla loro eco interiore.
Se da un lato My Father’s Shadow colpisce per sensibilità visiva e profondità umana, dall’altro mostra qualche incertezza strutturale. La narrazione procede per accumulo di episodi e atmosfere, alternando momenti di grande potenza a passaggi più contemplativi che rischiano di appesantire il ritmo. Alcune soluzioni poetiche – lo sguardo verso il cielo, la natura come rifugio simbolico – tendono a ripetersi, attenuando progressivamente il loro impatto.
Eppure, anche nei suoi momenti più fragili, il film mantiene una forza sincera. La sequenza finale, in cui il destino del padre sembra improvvisamente sospeso tra vita e morte, condensa in pochi gesti l’intero senso dell’opera: l’impotenza dell’individuo di fronte alla violenza del potere e lo sguardo dei figli come unica testimonianza possibile.
My Father’s Shadow non è un film perfetto, ma è un esordio sorprendentemente maturo. Più che offrire risposte, apre domande sul rapporto tra padri e figli, tra memoria e identità, tra speranza politica e disillusione. Davies Jr. dimostra una notevole consapevolezza del mezzo cinematografico e una rara capacità di tenere insieme l’intimo e il collettivo. La sensazione non è quella di un’occasione mancata, ma di un autore che sta ancora cercando la forma definitiva del proprio racconto — e che, proprio per questo, merita di essere seguito con attenzione.
Maria Grande