Presentato in anteprima al Bif&st 2026, arriva al cinema il 30 aprile con 01 Distribution
C’è un momento, nel nuovo film di Pupi Avati, Nel tepore del ballo, in cui tutto sembra fermarsi: il tempo, la narrazione, perfino il giudizio morale. È lì che si capisce davvero che questo lavoro non è una storia di caduta e riscatto nel senso classico, ma un lento disfacimento dell’identità, osservato con uno sguardo insieme spietato e nostalgico.
Gianni Riccio non è un eroe tragico né una vittima del sistema. È un uomo che ha costruito se stesso su una serie di maschere — televisive, sociali, emotive — e che, una volta crollato il palcoscenico, si ritrova senza volto. Il crack finanziario e le implicazioni penali non sono il cuore del racconto: sono il pretesto, quasi hitchcockiano, per costringerlo a guardarsi indietro. E ciò che trova non è redenzione immediata, ma un terreno ambiguo fatto di rimpianti, omissioni e sentimenti mai davvero elaborati.
Avati gioca consapevolmente con le aspettative dello spettatore. All’inizio sembra di trovarsi dentro un suo film “classico”: atmosfere calde, memorie d’infanzia, oggetti simbolici che innescano il racconto. Poi, lentamente, tutto si scolora. I toni diventano freddi, quasi cadaverici. Le luci sembrano quelle di un obitorio più che di un set cinematografico. Anche il volto del protagonista, sottoposto a continui rituali di trucco, perde vitalità invece di guadagnarne. È un’estetica della decomposizione, più che della trasformazione.
La televisione, bersaglio privilegiato del regista, viene mostrata come una macchina cannibale. Non intrattiene: consuma. Non racconta: sfrutta. Le scene ambientate negli studi televisivi sono tra le più feroci del film, soprattutto quando la commozione diventa improvvisamente aggressione, quando il dolore viene manipolato fino a diventare spettacolo puro. Qui Avati non fa sconti, e il risultato è tanto grottesco quanto disturbante.
Eppure, in mezzo a questo paesaggio umano degradato, sopravvive qualcosa. Non una speranza luminosa, ma un tepore — fragile, intermittente. È quello dei ricordi, che da fonte di angoscia diventano rifugio. È quello di un amore passato che ritorna senza promesse salvifiche, ma con la possibilità concreta di essere vissuto diversamente. Non c’è redenzione totale, ma forse una forma di riconciliazione sì.
La scelta più radicale del film è però narrativa: Avati rifiuta di spiegare. Non chiarisce davvero i contorni dello scandalo, non risolve i misteri familiari, non definisce completamente i rapporti tra i personaggi. Lo spettatore resta in una zona grigia, costretto a colmare i vuoti. È un cinema che non guida, ma disorienta. E in questo disorientamento trova la sua coerenza più profonda.
Massimo Ghini offre una delle prove più spoglie della sua carriera, rinunciando al carisma per abbracciare la vulnerabilità. Giuliana De Sio, al contrario, costruisce un personaggio sopra le righe ma perfettamente controllato, incarnazione feroce di un certo modo di fare televisione. Attorno a loro, un mondo popolato da presenze reali e finzionali che si confondono, contribuendo a quell’effetto di realtà deformata che attraversa tutto il film.
Nel tepore del ballo è un’opera crepuscolare, ma non rassegnata. È il film di un autore che non cerca più approvazione e che proprio per questo può permettersi di essere opaco, incompleto, persino sgradevole. E forse è proprio in questa libertà che si nasconde il suo fascino più autentico.
Non consola, non assolve, non chiarisce. Ma resta.
Federica Rizzo