Premiato al Festival Internazionale del Cinema di Pompei e a France Odeon Firenze, uscirà nelle sale il 4 dicembre distribuito da Kitchenfilm.
Con Nguyen Kitchen Stéphane Ly-Cuong firma un esordio sorprendentemente maturo, capace di far convivere leggerezza, ironia e un nucleo emotivo che affonda nelle contraddizioni dell’identità. La storia segue Yvonne, giovane artista franco-vietnamita che sogna il palcoscenico dei grandi musical ma si scontra con un ambiente in cui la diversità è spesso ridotta a cliché. I pochi ruoli disponibili sembrano più una parodia della sua origine che un’opportunità reale, e quando la carriera, il portafoglio e la vita sentimentale crollano insieme, la ragazza si ritrova a bussare alla porta della madre e alla vecchia stanza sopra il ristorante di famiglia.
Il ritorno a casa non è rassicurante: tra il profumo dei piatti tradizionali e la quotidianità di una comunità da cui si è sempre sentita distante, Yvonne deve affrontare le aspettative materne, ben più concrete dei suoi sogni di gloria. Ly-Cuong costruisce con finezza il conflitto tra aspirazioni artistiche e pressioni sociali, senza indulgere in drammi enfatici. È un percorso fatto di inciampi, disillusioni e piccoli atti di resistenza, che porta la protagonista a interrogarsi sulle proprie radici, non come risposta salvifica, ma come spazio ancora da comprendere.
L’ironia del film è affilata ma mai crudele: osserva la scena culturale francese con lucidità, mostrando come un intero immaginario “orientale” venga appiattito in figure ripetitive e intercambiabili. In questo contesto, l’audizione per un’importante produzione ‒ dove le cercano un ruolo dai tratti esotizzanti e vagamente assurdi ‒ diventa un momento rivelatore, insieme comico e amaro.
Gran parte della forza del film risiede nella magnetica Clotilde Chévalier. La sua interpretazione restituisce al personaggio sia la fragilità dell’artista in bilico sia l’energia di chi, nonostante tutto, continua a cantare. Il musical, qui, non è un semplice vezzo estetico, ma l’unico linguaggio capace di tradurre l’immaginazione di Yvonne e la distanza che la separa dal mondo reale. Le sequenze cantate, sostenute dalle musiche di Clovis Schneider e Thuy-Nhân Dao, sono vivaci, integrate con naturalezza e dotate di un’ironia affettuosa.
Accanto al racconto individuale, Nguyen Kitchen disegna con cura la dinamica tra madre e figlia: due donne divise da esperienze e sensibilità diverse, ma unite da un affetto che passa anche attraverso i piatti cucinati, gli scontri quotidiani, i silenzi e la fatica del compromesso. La cucina, fisica e simbolica, diventa lo spazio dove Yvonne riscopre un’eredità che non coincide con le etichette esterne.
Senza appoggiarsi a stereotipi e con un cast che porta sullo schermo volti raramente al centro del cinema francese, Ly-Cuong propone un film accogliente, brillante, che sa essere politico senza proclami. Il risultato è un viaggio dolce e frizzante, ricco di humour e calore umano: una riflessione sull’identità che non cerca risposte definitive, ma che invita a trovare la propria voce anche quando sembra che il mondo non la voglia ascoltare.
Paola Canali